La saga dei Volsunghi. Alla riscoperta di un romanzo medievale islandese

Carissimi amici, è con grande piacere che vi annunciamo che la nostra collana dedicata alla mitologia si è arricchita di un nuovo, splendido testo illustrato: il romanzo medievale islandese che narra le vicende della stirpe dei Volsunghi, di origine divina ma perseguitati da terribili sciagure. Un libro denso di azione, sangue e magia che non mancherà di conquistare tutti coloro che amano le saghe nordiche e la mitologia norrena, in particolare i tanti lettori di Edda. Miti del Nord e Beowulf. Storie di mostri, draghi e guerrieri, testi comparsi in precedenza nella stessa collana. Lo consigliamo, naturalmente, anche ai lettori di fantasy che potranno ritrovare in questo romanzo alcuni elementi che caratterizzano la narrativa fantastica contemporanea, tra cui uno dei modelli originari dei draghi odierni: il mostruoso serpente Fafnir.

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Il libro è corredato delle illustrazioni di Marzia Varrone, artista dallo stile classico e intenso, che siamo entusiasti di accogliere nella vasta schiera dei nostri collaboratori ed è a cura di Serena Fiandro, autrice di diversi libri di mitologia pubblicati dalla nostra associazione culturale.

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Trovate il libro in vendita nel nostro shop e in tutti gli store online (ad esempio qui, qui e qui); potete inoltre ordinarlo in tutte le librerie italiane. Buona lettura a tutti!

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La semplicità del gusto nelle ricette della Roma repubblicana. Il libum e il savillum.

Carissimi amici, siamo lieti di presentarvi un nuovo articolo di Marco Gavio de Rubeis, autore di successo di saggi dedicati alla storia dell’enogastronomia, dedicato questa volta alla cucina dell’antica Roma e in particolare a due ricette di età repubblicana secondo la ricetta presentata da Catone. Si tratta di due preparazioni molto semplici di pane non lievitato che, grazie alla presenza del formaggio, risulta morbido e particolarmente appetitoso.
Cogliamo anche l’occasione per invitarvi sabato 25 novembre a un evento interamente dedicato alle bevande e ai cibi dell’antica Roma che si terrà presso il Museo Acheologico dell’Università di Pavia, a partire dalle 17,30, con una visita guidata dedicata al vino antico e seguita da una degustazione di vini. La nostra conferenza dedicata alla cucina e alle influenze gastronomiche derivanti dagli altri popoli mediterranei, con interesse particolare verso la Grecia, si terrà alle 18,30 nell’aula Foscolo dell’Università.
Vi aspettiamo numerosi e vi auguriamo buon appetito!

pane - affresco romano 2

Quando si pensa alla cucina dell’antica Roma, difficilmente si tende ad associarla al concetto di semplicità. Abbiamo tutti in mente Petronio e la sua descrizione del banchetto di Trimalcione come un esempio di eccesso e di cattivo gusto, così come del resto l’ostentazione di numerosi autori latini che si ergono contro il degrado dei costumi e la quantità eccessiva di cibo consumato durante i banchetti. Si tratta di falsi miti in parte creati dagli stessi autori, senza considerare che, nella divulgazione contemporanea degli stessi luoghi comuni, generalmente non si tiene in considerazione l’evoluzione del gusto attraverso i secoli e che quindi è presente una forte tendenza a generalizzare dimenticando l’esistenza di tradizioni alimentari molto diverse tra loro.
Prima di proseguire parlandovi delle ricette di età repubblicana, facili tanto nella preparazione quanto nel gusto, ci teniamo tuttavia a evidenziare come, a dispetto del considerevole numero di ingredienti impiegati, in particolare per quanto riguarda spezie e aromi, persino la cucina d’età imperiale presenta un gusto raffinato ma semplice per il palato. Il bilanciamento degli ingredienti è studiato a regola d’arte perché nessun sapore prevalga sugli altri, andando a creare un’armonia ricercata e considerata ideale per il soddisfacimento del palato.
Risulta difficile, a causa dei nostri pregiudizi contemporanei legati a un forte impoverimento dell’alimentazione, comprendere appieno l’arte di equilibrare sapori in apparenza discordi, come possono essere i datteri pestati finemente, il garum e una delle tante varietà di menta presenti nella cucina romana. In realtà, nella giusta quantità (la cui valutazione è lasciata alla competenza, all’esperienza e al gusto del cuoco), tali ingredienti vanno ad amalgamarsi in modo del tutto armonico, creando un nuovo, indefinibile sapore che non risulta essere la somma dei singoli ingredienti, ma qualcosa di unico e straordinario. Per farvi un esempio contemporaneo, chi ama la cucina mediorientale, in particolare quella araba che è la maggiore erede della tradizione romana, ha sperimentato più volte questa commistione di sapori, spesso ignorando la considerevole quantità di ingredienti impiegati nelle ricette originali che, appunto, prevedono di frequente la presenza di ingredienti dolci, dal miele alla frutta secca, per la preparazione di piatti di carne e di pesce.
In generale, la chiave per interpretare le ricette dell’antica Roma è usare moderazione. Moderazione con gli ingredienti, con le quantità. Provare senza pregiudizi finché non si trova la via giusta, ricreando così sapori unici, esplorando in questo modo una parte straordinaria della storia della nostra cultura che vale la pena riscoprire. Non soltanto per gusto storico o antiquario, ma anche per trovare nuove vie per trovare un autentico piacere nel cibo.

Come accennavamo, vogliamo ora presentarvi due ricette, due tipologie di pane al formaggio, di cui uno dolce, particolarmente facili da preparare in casa, tratte dalle opere di uno degli autori maggiormente affezionati al concetto di semplicità: Catone. Si tratta di piatti che affondano le radici nella tradizione dell’antica Grecia, malgrado l’ostilità manifesta dello stesso autore nei confronti dell’importazione di costumi greci a Roma, terra dove questo genere di preparazioni, secondo quanto riportato dalle fonti, risulta in uso a partire dai tempi più antichi.
Tali pietanze rispecchiano in modo esplicito l’attitudine politica di Catone nei confronti dell’austerità e del rifiuto del lusso sfrenato, senza per questo tuttavia rinunciare a un gusto semplice ma deciso.
Gli ingredienti sono del tutto comuni, presenti in ogni cucina: farina, formaggio, miele, uova, semi di papavero.

pane - affresco romano

LIBUM
La prima ricetta è il libum. Per prepararlo, occorrono due libbre (equivalenti a circa 660 grammi) di formaggio, una libbra (circa 330 grammi) di farina e un uovo.
Pestare bene il formaggio nel mortaio fino a renderlo morbido; impastarlo in seguito con la farina. Aggiungere un uovo e formare una pagnotta. Posizionarla su delle foglie e farla cuocere a fuoco moderato sotto un testo caldo.
L’autore non specifica la tipologia di formaggio da utilizzare per questa ricetta. Noi abbiamo preparato il libum impiegando del pecorino poco stagionato, formaggio molto diffuso nell’antica Roma, ma potete utilizzare anche altri generi di formaggio, di stagionatura media, sia di pecora che di vacca. Lo stesso consiglio vale per la preparazione della seguente ricetta.
Come foglie per la cottura, non indicate nel testo, abbiamo impiegato le foglie di alloro. Non soltanto si tratta di un’erba aromatica di ampio utilizzo nella Roma antica, ma si sposa particolarmente bene con questo pane in particolare,
Catone suggerisce inoltre, qualora si desideri ottenere un impasto più morbido, di ridurre la quantità di farina alla metà.
Se non si ha a disposizione il testo, si può naturalmente cuocere questo tipo di pane in un qualsiasi forno.

Questo è il testo in latino della ricetta, per chi volesse cimentarsi nella lettura della versione originale: Libum hoc modo facito. Casei P. II bene disterat in mortario. Ubi bene distriverit, farinae siligineae libram, aut, si voles tenerius esse, selibram similaginis eodem indito, permiscetoque cum caseo bene. Ovum I addito, et una permisceto bene. Inde panem facito. Folia subdito. In foco caldo sub testu coquito leniter.

SAVILLUM
Per preparare il savillum occorrono mezza libbra di farina (circa 165 grammi), due libbre e mezza di formaggio (circa 825 grammi), un uovo, un quarto di libbra miele (circa 80 grammi) e olio per ungere.
Impastare insieme tutti gli ingredienti seguendo la stessa procedura del libum (pertanto, pestando prima il formaggio nel mortaio fino a renderlo morbido). Una volta preparata una pagnotta, come per la ricetta precedente, ungere una teglia con olio d’oliva e cuocere sotto un testo.
Catone suggerisce di controllare che la parte centrale, più alta, risulti ben cotta.
Quando il pane è pronto, rimuoverlo dal testo, cospargerlo con il miele e spolverare con semi di papavero. Rimettere poi a cuocere per breve tempo sotto il testo e servire nel piatto con un cucchiaio.
Questa è la ricetta originale: Savillum hoc modo facito. Farinae selibram, casei P. II S una conmisceto quasi libum, mellis P. 〓━ et ovum unum. Catinum fictile oleo unguito. Ubi omnia bene commiscueris in catinum, indito, catinum testo, operito. Videto ut bene percocas medium, ubi altissimum est. Ubi coctum erit, catinum eximito, melle unguito, papaver infriato, sub testum subde paulisper, postea eximito. Ita pone cum catillo, et lingula.

MARCO GAVIO DE RUBEIS

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Per approfondire i temi trattati nel presente articolo, vi consigliamo la lettura di Roma antica in cucina. Tradizioni e ricette tra Repubblica e Impero. Se siete interessati più in generale alla cucina storica, vi invitiamo inoltre alla lettura degli altri saggi di Marco Gavio de Rubeis, dedicati al periodo medievale e al Rinascimento. Qui trovate l’elenco completo dei nostri libri dedicati alla storia dell’enogastronomia, tra cui due dedicati alla storia della birra e dell’idromele a partire dall’Antichità.
Questi invece sono gli articoli che potete trovare gratuitamente online:

Riscoprire l’enogastronomia antica
Perché preparare l’idromele in casa
Il cappone stufato e ripieno. Due ricette italiane tra Medioevo e Rinascimento
Cos’è il garum
L’imitazione della natura e il meraviglioso nella cucina medievale (Italia Medievale)
Bere nel Medioevo tra ebbrezza e sobrietà

Bere nel Medioevo tra ebbrezza e sobrietà

Cari amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore di saggi di successo dedicati alla storia dell’enogastronomia, tra cui il recente libro dedicato alla birra storica, vi presenta un articolo dedicato alle bevande alcoliche nel Medioevo e al concetto, molto diverso dal nostro, di sobrietà, attraverso l’analisi di fonti mediche e religiose. Vi auguriamo una buona lettura!

vino

Non si può separare l’alimentazione medievale dal suo naturale complemento, ovvero dalle bevande alcoliche, presenti a ogni banchetto e diffuse in ogni regione del mondo conosciuto. Risulta del tutto assente l’idea che l’alcol di per sé non abbia effetti benefici sull’organismo (il sospetto che possa procurare danni alla salute è molto tardo e compare più come opinione di medici che come fatto assodato e in ogni caso non prima dell’età rinascimentale); piuttosto, ciò che deve essere contenuto è il consumo smodato. Due sono le due ragioni fondamentali: in primo luogo le conseguenze sociali del bere, inteso come ubriachezza molesta, in secondo luogo la necessità prettamente religiosa della continenza nei confronti di qualsiasi forma di eccesso. Nella vita religiosa, in particolare monastica, il vizio della gola deve essere il più possibile tenuto sotto controllo. Vedremo come.
Prima di proseguire con le prescrizioni mediche e religiose, andiamo ad analizzare che cosa effettivamente si bevesse in età medievale. Ci limiteremo all’area europea, zona di interesse delle trattazioni dei libri e degli articoli che abbiamo pubblicato. Attraverso l’analisi delle fonti, ritroviamo diverse bevande alcoliche, andando a rivelare, come quello che riguarda i cibi, una complessità ineguagliata che si è andata poi perdendo in età moderna, per quanto alcune di tali bevande siano state riscoperte (seppure in modo incompleto e spesso riduttivo, come abbiamo visto per l’idromele) in tempi recenti. Interessante sottolineare che la maggior parte di esse si è persa soltanto nell’ultimo secolo del millennio appena trascorso, avendo costituito l’inizio del Novecento un periodo di grave perdita delle tradizioni alimentari del passato e, di conseguenza, della produzione di bevande alcoliche rimaste nella maggior parte dei casi come isolati prodotti regionali.
Bevanda per eccellenza del periodo medievale in tutte le zone che sono state influenzate dalla cultura latina è senza dubbio il vino, considerato salubre, nutriente e benefico per il corpo e la mente. Vini di origine romana si ritrovano citati, in particolare il famoso Falerno, anche in fonti provenienti dalle regioni celtiche, mostrandone l’ampia diffusione. Ritroviamo inoltre, come consuetudine dell’antica Roma, svariati vini di frutta (sidro, sidro di pere, vino di melagrana, vino di ciliegie, vino di more e quant’altro), oltre naturalmente ai vini aromatizzati con spezie, anche nella forma che nel periodo medievale e rinascimentale conosceremo come chiarea e ippocrasso, in realtà consumati in genere a fine pasto come digestivo oppure per le loro proprietà medicinali, non come bevande per accompagnare il banchetto. Ritrovate esempi di chiarea e ippocrasso all’interno del nostro saggio dedicato alla cucina rinascimentale.
L’idromele e la birra risultano molto diffusi in tutte le regioni europee di influenza germanica e celtica. In queste ultime si ritrova anche una bevanda dal sapore eccezionale, il braggot, un fermentato di miele e malto il cui successo si estenderà fino all’età moderna ma che resterà pressoché sconosciuto in Italia. Lo stesso idromele verrà in buona parte dimenticato, nel corso dei secoli, nel nostro paese e considerato unicamente una bevanda di provenienza nordica, come testimoniato anche da medici di fama come Mattioli, d’età cinquecentesca, malgrado questa informazione sia storicamente errata. Non soltanto l’idromele è ampiamente diffuso e prodotto nell’Antichità mediterranea, ma nell’antica Roma, con il nome di aqua mulsa, costituisce una delle bevande principali. Anche la birra, diffusissima in Italia in età romana come prodotto di importazione sotto forma di cervisia (birra celtica) e di zythum (birra egizia, per semplificare), diviene qualcosa di sempre più raro, come testimonia anche Mattioli che la considera una bevanda di provenienza germanica.

Accennavamo all’inizio dell’articolo che i medici medievali hanno un’opinione altamente positiva del consumo delle bevande alcoliche, purché moderato (anche se analizzeremo cosa sia questa moderazione esaminando le prescrizioni religiose e scopriremo che tra essa e l’aurea mediocritas di memoria oraziana c’è un abisso). All’interno del Regimen Sanitatis Salernitanum, testo molto in voga nel Basso Medievo che rappresenta una volgarizzazione e una rielaborazione di fonti di origine araba, come ritroveremo poi nella maggior parte dei testi medici successivi, il buon vino, in particolare quello rosso è considerato non soltanto benefico per la salute, ma anche una vera e propria medicina, come del resto le bevande alcoliche in generale, secondo una consuetudine che affonda le sue origini nella letteratura medica greca e latina e, di conseguenza, araba. Una curiosità è che Arnaldo di Villanova, autore del trattato, sostiene che anche la carne di maiale se consumata insieme al vino costituisca una medicina, utile per mantenere un buono stato di salute. All’interno del testo ritroviamo anche un altro consiglio degno di menzione, ovvero che, qualora si provi fastidio nel consumare vino alla sera, l’autore suggerisce di berlo alla mattina e in questo modo costituirà una medicina (erit medicina).
Al contrario, l’acqua è guardata con sospetto, in quanto raffredda lo stomaco ed è, in sostanza, nociva: potus aquae sumtus fit edenti valde nocivus: infrigidat stomachum.
La birra, per essere considerata salutare, non deve essere acida (acetosa) ma limpida (bene clara), preparata con buoni grani e abbastanza invecchiata. Questi elementi risultano significativi anche per comprendere quali caratteristiche organolettiche venissero considerate desiderabili all’epoca, andando a contraddire un certo tipo di opinione comune per la quale nel Medioevo la birra venisse prodotta malamente e di conseguenza spesso avesse un cattivo sapore. Della stessa opinione appare il medico greco Antimo, che menziona sia la birra che l’idromele tra le bevande il cui consumo è salutare. Purché la birra sia bene facta, è vantaggiosa per il mantenimento di un buono stato di salute e, secondo l’autore, risulta equivalente alla tisana, una minestra di cereali ampiamente consumata in età romana.

A fronte di un’opinione generalmente positiva nei confronti dell’alcol, purché non consumato in modo eccessivo (persino presso i popoli germanici e celtici ritroviamo testi che prescrivono di evitare di esagerare, ad esempio il testo eddico Hávamál, per non citare il Gododdin celtico nel quale un anno di banchetti e lo stomaco gonfio di vino, birra e idromele conducono un intero popolo alla disfatta e alla morte), sono piuttosto interessanti invece le prescrizioni religiose in merito al consumo di qualsiasi bevanda procuri ebbrezza, intesa tuttavia come grave forma di ubriachezza e non come divieto assoluto del consumo dell’alcol, quanto meno nelle regioni dove l’alcol è talmente radicato nelle usanze da divenire presumibilmente difficile riuscire a estirpare tale consuetudine senza compromettere la crescente evangelizzazione.
A questo proposito, risultano particolarmente significative le fonti che ritroviamo nei paesi celtici e germanici; meno dettagliate le fonti invece del nostro paese, dove si ritrova, in particolare per chi vive in monastero, il richiamo alla moderazione e al consumo del vino limitato a una piccola quantità o alle festività. In generale, più che un richiamo all’antichità classica, ritroviamo la tendenza alla medesima stigmatizzazione nei confronti di qualsiasi bevanda sia in grado di alterare lo stato della mente presente nei testi di Girolamo e Agostino d’Ippona, il quale tuttavia consente il consumo di alcolici unicamente nei giorni di festa. Tali prescrizioni tuttavia non devono far cadere nell’ingenuità di ritenere che i monaci siano dediti all’astinenza dall’alcol, opinione superficiale contraddetta di continuo dalla letteratura e dai documenti storici: uno degli elementi portati dalla riforma benedettina e dai movimenti pauperistici tipici del periodo basso medievale è proprio il tentativo di regolamentare consuetudini tutto tranne che sobrie.
Il problema della sobrietà dei monaci risulta ancora più sentito in altre regioni d’Europa, tale da rendere necessaria una regolamentazione specifica che presumibilmente tenti di mediare tra la consuetudine comune e il tentativo di contenerla. Malgrado l’ostilità da parte di alcuni Padri della Chiesa nei confronti dei cosiddetti sikera, che includono la birra e ogni altra bevanda che non sia il vino, considerate bevande pagane (in quanto prodotte e consumate da popoli gentili come Babilonesi ed Egizi e di conseguenza non degne di un cristiano), tali bevande in realtà vanno a costituire, a partire dall’alto Medioevo, una parte fondamentale dell’alimentazione del monaco di provenienza celtica o germanica. La presenza di un’ampia letteratura dedicata ai cosiddetti miracoli della birra (in genere moltiplicazione, ma anche trasmutazione dell’acqua in birra o risoluzione da parte del santo di alcuni problemi nella birrificazione, come ad esempio una fermentazione interrotta), segno della volontà da un lato di sostituire le divinità pagane con dei santi cristiani con caratteristiche analoghe, dall’altro del tentativo di distinguere un bere cristiano da un bere pagano, da ritenersi dannoso per l’anima. Nel nostro libro Birra nella storia trovate un capitolo dedicato a tali fonti, di grande interesse per chi voglia conoscere le consuetudini alcoliche d’età medievale.
Quello che ci preme sottolineare è che, salvo per rare eccezioni, non è l’astemia a essere considerata il modello da imitare di vita cristiana, quanto piuttosto la continenza nel bere. Teodoro di Canterbury, autore del VII secolo, esplicita cosa sia il digiuno a pane e acqua. Lungi dall’assomigliare allo stereotipo comune sul Medioevo riguardante per l’appunto il digiuno in senso moderno, ritroviamo che tale atto di penitenza consiste nell’astenersi per tre giorni alla settimana da vino, idromele, mellita cervisia (ovvero braggot), carne, formaggio, uova e pesci grassi. La bevanda dei giorni di digiuno a pane e acqua, naturalmente, non è l’acqua ma la birra, con la seguente raccomandazione: cervisia bibe, sed sobrie.

Cosa si intende per sobrietà? Sempre Teodoro ci informa riguardo a cosa debba intendersi per ubriachezza. Il bere sobriamente secondo l’indicazione sopra segnalata coincide con l’evitare di consumare una tale quantità di alcol da ritrovarsi la mente offuscata, la vista intorpidita, balbettare, provare un senso di vertigine: per sintetizzare, bere sobriamente consiste nel non arrivare a forme gravi di ubriachezza. Potete ritrovare numerosi altri esempi all’interno del nostro trattato.
Risulta particolarmente interessante la presenza, all’interno dei testi penitenziari irlandesi, del divieto di consumare bevande di intensità alcolica maggiore della birra (ovvero vino, idromele e braggot) in caso di peccati gravi, in genere l’omicidio. La birra, per farla breve, viene considerata la bevanda di chi vive una vita di penitenza. Sono molto rari i casi in cui persino la birra venga vietata ai penitenti e vogliamo menzionare a tale proposito Colombano, il quale vieta il consumo di birra per alcuni giorni al monaco che abbia ecceduto nel mangiare e nel bere, ma questo ci sembra del tutto rientrare nell’indicazione di Teodoro che raccomanda un consumo sobrio della birra.
Ci preme sottolineare come la concezione di sobrietà sia molto distante dalla nostra: la questione fondamentale resta, più che l’astinenza, il tentativo di regolamentare la tendenza verso l’eccesso.

Come potete vedere, siamo lontanissimi dall’idea contemporanea che prevede la totale astensione dalle bevande alcoliche, mostrando una società diversa e molto più complessa di quella che viene presentata da certe opinioni superficiali sull’età medievale che non tengono in considerazione la realtà fattuale delle fonti. Il nostro invito, come sempre, è di tentare di non applicare categorie contemporanee allo studio del passato per non incorrere in interpretazioni arbitrarie che poco hanno a che fare con il lavoro di ricerca storica, per scoprire modi di vivere e, in questo caso, di concepire l’alimentazione del tutto differenti dal nostro e proprio per questo di straordinario interesse per meglio comprendere popoli vissuti in altri secoli.

MARCO GAVIO DE RUBEIS

 

Per approfondire i temi trattati nel presente articolo, vi consigliamo la lettura di Idromele. Miti, storia e preparazioni della bevanda degli dei e di Birra nella storia. Ingredienti e preparazioni attraverso i secoli, entrambi dello stesso autore. Se siete interessati alla cucina storica, vi invitiamo inoltre alla lettura degli altri saggi di Marco Gavio de Rubeis, dedicati alla cucina dell’antica Roma, al periodo medievale e al Rinascimento.
Questi invece sono gli articoli che potete trovare gratuitamente online:

Riscoprire l’enogastronomia antica
Perché preparare l’idromele in casa
Il cappone stufato e ripieno. Due ricette italiane tra Medioevo e Rinascimento
Cos’è il garum
L’imitazione della natura e il meraviglioso nella cucina medievale (Italia Medievale)

I Doni delle Muse a Vigevano Medieval Comics 2017

Cari amici, anche per quest’anno domenica 3 settembre si rinnova il consueto appuntamento con la splendida manifestazione di Vigevano dedicata al Medioevo, al fantastico e al mondo del fumetto. Dopo lo straordinario successo dei tre anni passati, non potevamo mancare con i nostri appuntamenti dedicati ai ragazzi e agli adulti, come sempre accompagnati da musica antica eseguita dal vivo su ricostruzioni di strumenti dell’epoca. Questo è il programma che vi presenteremo quest’anno, dedicato alle fiabe del rinascimento e ai draghi attraverso miti e leggende, nella meravigliosa cornice del castello sforzesco che vi invitiamo a visitare in questa occasione.

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Saremo presenti inoltre con il nostro stand, dove potrete acquistare i nostri libri dedicati all’epoca medievale, al fantasy e alla cucina storica, oltre a corni e boccali di corno. Passate a trovarci anche solo per due chiacchiere su come preparare in casa l’idromele o una birra antica. Vi aspettiamo numerosi!

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Alle 15, letture di Fiabe del Rinascimento italiano
L’associazione culturale I Doni delle Muse presenta un viaggio nel cuore del Cinquecento italiano, attraverso la lettura di fiabe che diventeranno famose nei secoli successivi, tra gatti magici e cavalli fatati, draghi terrificanti, meravigliosi uccelli parlanti, ladri scaltri e astuti, acqua in grado di restituire la vita e mele che danzano. Le letture, adatte per tutti i bambini, saranno accompagnate da musiche antiche eseguite su ricostruzioni di strumenti dell’epoca.

Alle 16,45 conferenza “Storie di draghi tra il mito e la leggenda
Da sempre la figura del drago esercita il suo fascino sulla cultura umana, influenzando le letterature di ogni epoca. L’associazione culturale I Doni delle Muse presenta un percorso attraverso la simbologia e le leggende dedicate ai draghi, partendo dalle origini mitiche antiche per approdare, attraverso la lettura di testi medievali d’area germanica, all’elaborazione della narrativa fantastica contemporanea, per restituire spessore e complessità a una delle creature fantastiche più amate di tutti i tempi.

Un nuovo libro dedicato alle fiabe rinascimentali italiane

Carissimi amici, siamo lieti di annunciarvi l’uscita di Fiabe del Rinascimento italiano, un nuovo libro per la nostra collana di classici della letteratura dedicato a un pubblico di tutte le età. Il libro, curato da Serena Fiandro, è corredato dalle splendide illustrazioni di Aténé Bálint che ha già lavorato alle nostre edizioni di Edda. Miti del Nord e Ivano. Il cavaliere del leone.
Si tratta di una selezione di fiabe tratte da Le piacevoli notti di Giovanni Francesco Straparola da Caravaggio, raccolta composta intorno alla metà del Cinquecento e ambientata a Venezia. All’interno del testo, seguendo la struttura già presente nel Decameron, una notte dopo l’altra alcune giovani donne si intrattengono narrando storie e danzando insieme. Tra le fiabe che abbiamo selezionato, troverete le più avventurose e ricche di elementi magici e meravigliosi, secondo quello che diverrà il modello tipico del genere fiabesco nei secoli successivi, di cui Straparola rappresenta un importante e affascinante capostipite.

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Come gli altri titoli della stessa collana, Fiabe del Rinascimento italiano fa parte di un progetto di particolare importanza per la nostra associazione culturale, con la finalità di avvicinare il pubblico alla letteratura delle epoche passate presentando testi appassionanti e di grande interesse culturale tramite un linguaggio accessibile e rispettoso della filologia e dell’epoca storica di riferimento, andando così a stimolare la curiosità e la passione per la storia di giovani e meno giovani. Il libro è disponibile nel nostro shop, in tutti gli store online e, dietro ordinazione, in qualsiasi libreria italiana.

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Augurandovi una buona lettura, cogliamo l’occasione per invitarvi domenica 3 settembre al castello di Vigevano (PV) dove saremo ospiti per il quarto anno consecutivo presso la bellissima manifestazione Vigevano Medieval Comics. Potrete trovare i nostri libri, i nostri corni e scambiare quattro chiacchiere sul Medioevo, l’idromele e la birra fatta in casa, oltre ad assistere ai due incontri programmati per la giornata: un appuntamento in cui leggeremo Fiabe del Rinascimento italiano, con musiche dello stesso periodo eseguite su strumenti dell’epoca, e un incontro invece sui draghi attraverso miti e leggende. Vi aspettiamo numerosi come tutti gli anni!

Fiabe del Rinascimento italiano

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Titolo: Fiabe del Rinascimento italiano
A cura di Serena Fiandro
Illustrazioni di Aténé Bálint
Editore: I Doni Delle Muse
ISBN: 978-88-99167-29-5
Pagine: 130
Prezzo: 10 euro

DALLA QUARTA DI COPERTINA
Nella Venezia del Cinquecento, alcune giovani donne si ritrovano al calare della notte in uno splendido palazzo per danzare insieme e intrattenersi con la narrazione di storie per passare piacevolmente il loro tempo.
Tra gatti magici e cavalli fatati, draghi che portano con sé il terrore, meravigliosi uccelli parlanti, ladri scaltri e astuti, acqua in grado di restituire la vita e mele che danzano, in questo libro trovate alcune delle più belle fiabe del Rinascimento italiano, tramandate da Giovanni Francesco Straparola nella sua raccolta Le piacevoli notti, libro di straordinario successo che costituirà una fondamentale fonte di ispirazione per tutta la narrativa favolistica dei secoli successivi.

Incontro sui miti irlandesi presso il castello di Fombio (LO)

Cari amici, siamo lieti di invitarvi domenica 25 giugno alle 17 presso il castello di Fombio, in provincia di Lodi, dove terremo un incontro dedicato alla mitologia irlandese nel contesto del Festival Interceltico, giunto alla sua seconda edizione. L’evento è a ingresso libero e adatto a un pubblico di tutte le età e vi farà conoscere la remota origine di uno dei popoli più affascinanti di ogni epoca e della verde isola che ha ispirato sogni, storie e poesia: l’Irlanda.

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La nostra associazione culturale vi proporrà un viaggio nel cuore della cultura celtica attraverso la narrazione delle antiche storie giunte fino a noi, storie smarrite tra le nebbie di miti lontani che parlano di trasformazione, rinascita, crude battaglie. Miti che narrano di uomini e donne dotati di straordinaria bellezza e di grande sapienza, i Tuatha De Danann, i figli della dea Dana, e dei magici strumenti del loro potere.
Questo incontro fa parte di un programma di divulgazione operato da alcuni anni dalla nostra associazione, mirato a diffondere la mitologia e le tradizioni del nostro passato presso castelli, biblioteche, scuole ed eventi legati alla storia della nostra cultura.
Vi aspettiamo numerosi e buone letture a tutti!

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