Alla riscoperta dei mostri e degli eroi della mitologia greca. Un nuovo libro di Serena Fiandro e Marzia Varrone

COPERTINA eroi greci

Carissimi amici,
siamo orgogliosi di presentarvi il nostro ultimo lavoro, dedicato alle figure dell’eroe e del mostro – sua controparte – nel vasto corpus dei testi mitologici greci. Non è la prima volta che compare una pubblicazione sulla mitologia classica in questa collana (ricordiamo La nascita degli dei e altri miti greci, Odissea. Il ritorno a Itaca e Eneide. Il viaggio di un eroe), ma questa volta abbiamo scelto di concentrarci su una serie di miti che coinvolgono i più famosi eroi dell’Antichità, da Eracle a Giasone, senza dimenticare Teseo, Dedalo, Orfeo, Medea e molti altri.
Un libro emozionante e denso di azione, curato da Serena Fiandro e illustrato dalla nostra collaboratrice Marzia Varrone che ha svolto per molti mesi al nostro fianco un lavoro intenso e approfondito di ricerca iconografica sull’arte classica per restituire alla mitologia greca tutto il suo splendore.

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Potete acquistare il libro presso il nostro shop, in tutti gli store online (ad esempio qui, qui e qui) oppure, dietro ordinazione, in tutte le librerie italiane. Buona lettura a tutti!

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Per approfondire, trovate qui un estratto della nota redatta dalla curatrice Serena Fiandro: “La figura dell’eroe, dotato di forza sovrumana e in genere del tutto simile a un dio (e spesso figlio di un dio) tranne per l’aspetto dell’immortalità, è un elemento centrale della mitologia greca e della religione greca stessa, dal momento che non soltanto agli dei ma anche agli eroi vengono tributati onori e sacrifici. Prototipo dell’eroe è Eracle, che tutti conosciamo, il quale possiede tutte queste caratteristiche. Figlio illegittimo di Zeus, e per questo perseguitato dalla sposa del dio, è in grado di uccidere serpenti che minacciano la sua vita quando è ancora nella culla. Ma la sua forza prodigiosa lo condurrà a una vita difficile, irta di ostacoli, a causa della sua stessa incontenibile natura.
Essere un eroe infatti non preserva dalle sciagure né dalle azioni malvagie: come abbiamo visto nei vari miti narrati, spesso l’eroe non è un personaggio buono, moralmente irreprensibile. La forza non rende immuni dalle tendenze malvagie. Vediamo Giasone e Teseo che sfruttano e abbandonano Medea e Arianna, Medea stessa la cui natura di discendente del Sole e di maga ben poco le consente di tollerare l’offesa ricevuta, Atalanta che mette a morte i pretendenti, Eracle che continua a uccidere per caso le persone che si trovano vicino a lui e trascorre la maggior parte del tempo a espiare i peccati commessi, Dedalo che si rifugia a Creta a causa di un omicidio commesso. Caratteristica dell’eroe è la forza e spesso la straordinaria abilità nell’ideare soluzioni e stratagemmi, non la bontà d’animo, ed è uno degli aspetti che forse rendono l’eroe greco così affascinante. Oltre tutto, essere un eroe non significa avere una vita facile oppure ottenere, dopo fatiche e sofferenze, un lieto fine. Eracle, al termine della sua storia, diviene un dio, certamente, ma a costo di terribili sofferenze. Dedalo perde il suo unico figlio. Giasone si ritrova la famiglia massacrata.
Controparte dell’eroe è il mostro mitologico. Troviamo figure ibride, per metà esseri umani e per metà animali come nel caso del Minotauro, belve feroci impossibili da sconfiggere per un mortale dalle caratteristiche sovrannaturali, ovvero spesso un numero eccessivo di teste oppure la capacità di sputare fuoco. Le bestie della mitologia non sono mai bestie comuni, neppure se si tratta di cavalli – ritroviamo le terribili cavalle antropofaghe di cui si deve occupare Eracle – per non parlare di tori e cinghiali.
Essere in grado di sconfiggere il mostro fa parte delle caratteristiche divine dell’eroe, unico in grado di compiere una simile impresa
“.

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Mostri ed eroi della mitologia greca

Titolo: Mostri ed eroi della mitologia greca
A cura di Serena Fiandro
Illustrazioni di Marzia Varrone
Editore: I Doni Delle Muse
ISBN: 978-88-99167-32-5
Pagine: 144
Prezzo: 11 euro

DALLA QUARTA DI COPERTINA
Prima che Zeus plasmasse la quinta stirpe, quella degli uomini mortali, vi fu un’epoca di eroi, figli degli dei. La guerra li portò via, la loro ricerca di gloria li condusse ad affrontare imprese impossibili da portare a termine. Alcuni di loro si sottrassero al destino e conquistarono l’immortalità, andando poi a vivere nelle Isole dei Beati, agli estremi confini della terra.

La rossa birra di Hathor e il mito egizio della distruzione del genere umano

Carissimi amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore di saggi di successo dedicati all’enogastronomia antica – ricordiamo qui Birra nella storia. Ingredienti e preparazioni attraverso i secoli – vi parlerà di un mito egizio della birra, in questa antica storia presentata come unico mezzo per placare la sete di sangue di una divinità. Un mito che non mancherà di affascinare gli amanti della mitologia e quelli della birra.
Buona lettura a tutti!

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Abbiamo già parlato in alcuni articoli precedenti di birra, luppolo e di tutta una serie di norme e indicazioni legate al consumo dell’alcol durante l’età medievale nelle zone geografiche di influenza celtica e germanica. Naturalmente, però, la birra non è legata soltanto a questi territori e a queste epoche. Bisogna sempre ricordare che si tratta di una delle bevande più antiche della storia dell’umanità insieme all’idromele, strettamente legata allo sviluppo dell’agricoltura – e della civiltà stessa – in numerose regioni del mondo. Oggi ci sposteremo nell’antico Egitto, narrando un mito sorprendente e affascinante che parla di birra, sangue e di un’ira divina in grado di sterminare il genere umano. Il legame tra il sangue e la birra non potrà non ricordarci, come lontanissima suggestione, un’eco remota, un altro mito, molto noto: quello della creazione dell’idromele narrato nell’Edda, bevanda di poesia, nato dalla commistione tra il sangue e il miele, in grado di conferire poteri profetici a chi lo assume. In questo caso, la birra colorata di rosso è in grado di placare una fame di sangue che appare impossibile da saziare, un desiderio di vendetta che va oltre alla volontà stessa del dio che ha ordinato che si compisse, Ra.
Come abbiamo analizzato nei nostri libri dedicati alla birra e all’idromele, e come vedremo ancora attraverso articoli di prossima pubblicazione, sussiste un legame fortissimo tra mito e cultura delle bevande alcoliche in quanto segno di civiltà e allo stesso tempo di unione con il divino. Nel poema sumero Gilgamesh, la birra viene definita la bevanda degli uomini, ovvero la bevanda che distingue la cultura umana da un modo di vivere ancora bestiale, non civilizzato. È la bevanda dei popoli dediti all’agricoltura, in grado di trasformare i prodotti grezzi della terra e renderli nutrimento sotto forma di cibo e bevanda.
Il legame con il mondo divino, che ritroviamo anche nell’inno sumero alla dea Ninkasi – un testo affascinante che ci mostra una delle primissime ricette della birra mai scritte nella storia dell’umanità – è ancora più presente nel mito che ora andremo a esaminare, il mito della distruzione del genere umano. In questo testo troveremo elementi interessanti per ricostruire alcune caratteristiche quanto meno di uno dei tipi della birra egizia – come ci ricordano Strabone e altri autori, sono molti i modi in cui viene preparata e molti gli ingredienti utilizzati – per studiare la quale, purtroppo, i dati testuali sono scarsi e le fonti rare. Questo mito risulta di particolare rilevanza anche perché – pur non descrivendo la preparazione della birra come possiamo ritrovarla, ad esempio, nel testo tardoantico di Zosimo di Panopoli – viene fatto uso di un peculiare additivo che andremo a esaminare.

birra egizia

Narra la fonte che Ra, il dio generato a partire da se stesso, dopo avere assunto il dominio sul genere umano e su ogni altra cosa, nel tempo si fece vecchio. Gli uomini e le donne allora iniziarono a mormorare contro di lui, provocando l’ira dell’unico dio. Ra allora decise di convocare gli dei del suo seguito e il suo Occhio, in segreto, in modo che nessuno potesse darsi alla fuga. Quando gli dei furono riuniti dove di trovava Nu, origine di tutti gli dei, Ra si rivolse al padre per avere consiglio su cosa dovesse fare. Non voleva infatti sterminare tutti senza prima avere ricevuto consiglio. Rispose allora Nu dicendogli di lasciare che il suo Occhio si occupasse di coloro che avevano pronunciato parole blasfeme contro di lui. Nessun altro Occhio poteva precederlo (dal momento che – ricordiamo – l’Occhio di Ra è l’occhio del Sole) e nessuno poteva opporgli resistenza quando si manifestava sotto la forma di Hathor.
Subito allora Hathor, rispondendo al comando divino, si recò sulle montagne, dove gli uomini e le donne si erano rifugiati per il timore dell’ira di Ra, e li massacrò. Ra allora tentò di richiamare Hathor a sé, dicendole che aveva adempiuto al suo compito, ma senza successo. Hathor rispose che dalla sua azione aveva ricavato piacere e dolcezza nel cuore. Quando Ra si rese conto che non avrebbe potuto fermarla, ora che aveva conosciuto il sapore del sangue, fece convocare dei messaggeri veloci, in grado di correre quanto il vento, e ordinò loro di recarsi ad Abu e di raccogliere i frutti della mandragora in grande quantità.
I frutti vennero raccolti e portati alla dea Sekhet perché li frantumasse. Nel frattempo, le ancelle prepararono la birra schiacciando i grani, in totale settemila vasi, e misero in infusione i frutti all’interno dei contenitori per rendere la birra rossa come il sangue. Ra poi ordinò che i vasi venissero portati nel luogo del massacro e la birra venne versata per terra in modo che si mescolasse al sangue dei cadaveri. Quando Hathor giunse, all’alba, trovò i campi inondati di birra. Credendo che fosse il sangue dei nemici di Ra, la dea si rallegrò e bevve tutta la birra. Ma la sostanza che era stata a essa mescolata era in grado di provocare il sonno, così, una volta che Hathor si fu saziata, dimenticò la vendetta. Ra allora diede ordine che venisse istituita una festa annuale in onore di Hathor, nella quale venisse offerta la birra provocatrice di sonno. Così da quel giorno ogni anno si celebrano le festività di Hathor preparando una birra del colore del sangue.

Birra FRONTE

Per approfondire alcuni dei temi trattati in questo articolo, vi consigliamo la lettura di Birra nella storia. Ingredienti e preparazioni attraverso i secoli. Qui invece trovate l’elenco completo dei nostri libri dedicati alla storia dell’enogastronomia. I libri, scritti da Marco Gavio de Rubeis, possono essere acquistati presso il nostro shop e negli store online, oppure ordinati in tutte le librerie italiane.

Sempre dello stesso autore, potete leggere gratuitamente online i seguenti articoli:

Riscoprire l’enogastronomia antica
Perché preparare l’idromele in casa
Il cappone stufato e ripieno. Due ricette italiane tra Medioevo e Rinascimento
Cos’è il garum
L’imitazione della natura e il meraviglioso nella cucina medievale (Italia Medievale)
Bere nel Medioevo tra ebbrezza e sobrietà
La semplicità del gusto nelle ricette della Roma repubblicana. Il libum e il savillum
Birra medievale e luppolo
Il cuoco di corte rinascimentale e i suoi aiutanti. Ruoli, alimentazione e vita quotidiana

Il Medioevo raccontato ai ragazzi: la leggenda di Robin Hood

Carissimi amici, siamo lieti di annunciarvi l’uscita di un nuovo libro, a cura di Pietro Aratori e con le splendide illustrazioni di Luca Bonora, dedicato a Robin Hood e ad alcune delle più antiche tra le storie che riguardano questo personaggio. Il libro fa parte di un progetto a cui ci dedichiamo da molti anni e che ci ha dato grandi soddisfazioni: raccontare il Medioevo a bambini e ragazzi e accendere il loro entusiasmo nei confronti della storia e delle epoche passate. Siamo certi che i nostri giovani lettori – e anche i meno giovani, dal momento che questi libri stanno riscuotendo considerevole successo anche presso gli adulti – adoreranno Robin Hood, così come hanno amato Renart, Calandrino, Ivano e tutti gli altri personaggi che hanno avuto modo di conoscere tramite le nostre pubblicazioni.

La leggenda di Robin Hood FRONTE

Questa volta, abbiamo scelto di dedicare un libro ad uno dei personaggi più amati della letteratura inglese. Le storie che leggerete nel nostro testo sono un po’ diverse da quelle che avete avuto modo di conoscere tramite le versioni televisive e il libro più conosciuto sull’argomento, la versione scritta da Alexandre Dumas, il quale ha voluto fare un’operazione di sintesi delle varie leggende di Robin Hood creando un personaggio in buona parte frutto della propria immaginazione. Nel nostro libro abbiamo voluto offrirvi la versione originale delle leggende di Robin Hood, nella loro forma più antica, dal nostro punto di vista particolarmente affascinante. Siamo certi che amerete questo Robin Hood di origine medievale quanto lo abbiamo amato noi.

Il libro è disponibile presso tutti gli store online; potete ordinarlo inoltre in qualsiasi libreria italiana o acquistarlo sul nostro sito.

Qui trovate elencati gli altri nostri libri per ragazzi dedicati al Medioevo e al Rinascimento. Per l’elenco completo dei nostri libri dedicati a questo periodo storico, inclusivo dei libri di mitologia, vi rimandiamo a questo link. Buona lettura!

Renart. Le avventure di una volpe
Ivano. Il cavaliere del leone
Le più belle storie del Decameron
Fiabe del Rinascimento italiano
Le avventure di Bertoldo e Bertoldino

La leggenda di Robin Hood

Titolo: La leggenda di Robin Hood
A cura di Pietro Aratori
Illustrazioni di Luca Bonora
Editore: I Doni Delle Muse
ISBN: 978-88-99167-31-8
Pagine: 106
Prezzo: 10 euro

DALLA QUARTA DI COPERTINA
Fuorilegge esperto nel tiro con l’arco, circondato dai suoi allegri compagni vestiti di verde e sempre pronto a festeggiare con banchetti, canti e balli, Robin Hood è uno dei personaggi più popolari della letteratura inglese a partire dal Medioevo. Nobile decaduto che vive nei boschi, nemico dei ricchi ma sempre pronto ad aiutare chi ne ha bisogno, Robin coltiva il segreto desiderio di riconquistare la grazia presso il re, senza tuttavia rinunciare a scherzi e beffe nei confronti dei suoi nemici.
Un libro che raccoglie alcune delle storie più antiche di Robin Hood per ricostruire l’origine di una leggenda indimenticabile.

La Saga dei Volsunghi e Tolkien al castello di Galliate (NO)

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Carissimi amici, siamo lieti di invitarvi anche quest’anno al castello di Galliate domenica 13 maggio per una giornata interamente dedicata a Tolkien, all’interno della manifestazione “Un viaggio nella Terra di Mezzo” organizzata dal FAI Giovani di Novara. Dopo la riuscita conferenza del 2017 sulla figura del drago, in cui abbiamo parlato principalmente di Beowulf e dell’Edda, quest’anno vi presenteremo un testo medievale islandese che ha costituito una preziosa fonte di ispirazione per Tolkien, la Saga dei Volsunghi. L’incontro, a partire dalle 14, sarà condotto da Andrea Tuffanelli. L’ingresso è libero e sarà possibile visitare il castello.
Vi aspettiamo numerosi!

Volsunghi

ALLA RICERCA DELLE FONTI MITOLOGICHE DI TOLKIEN: LA SAGA DEI VOLSUNGHI
“I Doni delle Muse” presentano un viaggio nel mondo medievale della Saga dei Volsunghi, una storia densa di sangue, magia e passione che si riferisce ad un passato lontano in cui ancora gli dei camminavano tra il genere umano. Un testo islandese che narra le vicende di un tesoro maledetto, di una spada spezzata e di un dio errante privo del potere di salvare i propri figli, in una narrazione epica e coinvolgente che merita di essere riscoperta nella sua forma originale e che ha costituito una delle principali fonti di ispirazione di un grande narratore contemporaneo, che ne ha rielaborato il simbolismo e le strutture mitiche: Tolkien.

Vogliamo ricordarvi inoltre che nel corso della giornata sarà possibile acquistare i nostri libri (e i nostri album musicali) e che troverete in anteprima le nostre ultime pubblicazioni: “La leggenda di Robin Hood” e “Danze del Rinascimento Italiano”.

La leggenda di Robin Hood FRONTEDanze del Rinascimento italiano COPERTINA

Il cuoco di corte rinascimentale e i suoi aiutanti. Ruoli, alimentazione e vita quotidiana

Carissimi amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore di diversi saggi di enogastronomia storica tra cui Rinascimento in cucina. L’Italia tra banchetti e alimentazione quotidiana, vi parlerà di un aspetto poco conosciuto del Rinascimento, ovvero la figura del cuoco di corte nel Cinquecento e il trattamento riservato a lui e ai suoi assistenti da parte del principe del quale sono a servizio, in particolare dal punto di vista alimentare. Si tratta di informazioni preziose che possono fare luce sugli aspetti più quotidiani della vita di una delle figure di maestro artigiano più apprezzate tra l’età medievale e rinascimentale, ricavate dal testo di uno dei più rinomati cuochi del Cinquecento, Bartolomeo Scappi.
Buona lettura!

bartolomeo scappi cucina

 

Il periodo rinascimentale rappresenta una rinascita di tutte le arti con un deciso rivolgimento nei confronti di un passato ritenuto superiore al presente e degno di imitazione, attraverso la volontà di liberarsi da quella che viene percepita come l’oscurità dei secoli immediatamente precedenti, in nome del recupero dell’antico. Questo è valido in ogni ambito, seppure con risultati molto differenti a seconda dell’arte di riferimento. Tra tali ambiti, dobbiamo includere anche quello culinario. Caratteristica determinante del Rinascimento è anche l’attenzione posta nei confronti dell’individualità dell’artigiano e delle sue caratteristiche specifiche e questo è particolarmente valido nel caso dell’argomento del nostro articolo.
Mentre nel Basso Medioevo l’attenzione sembra essere posta più sull’aspetto tradizionale e sull’adesione del cuoco alla consuetudine, a partire dall’età rinascimentale – pur senza che si verifichi una cesura nei confronti della tradizione stessa – iniziamo a ritrovare elementi che ci consentono di legare i piatti più al cuoco stesso che alla tradizione. A tal proposito, ricordiamo l’opera Platina, il De Honesta Voluptate et Valetudine, nel quale l’autore attribuisce a Maestro Martino da Como i massimi onori come cuoco attraverso l’analisi delle sue ricette in quello che si configura come un commentario al Libro de arte coquinaria e un ampliamento che va a riguardare tutti gli aspetti della vita quotidiana. La cucina ideale è quella rappresentata dal cuoco quattrocentesco, che sceglie alcuni degli aspetti della cucina di tradizione medievale rielaborandoli in un modo che un umanista come Platina considera perfetti per il buon mantenimento della salute e un piacere che sia onesto, ovvero moderato e privo di eccessi. Non è la tradizione culinaria del passato, quella che Platina considera ideale, ma quella creata dal cuoco che incarna il modello perfetto del cuoco.
Maestro Martino e la sua opera costituiranno l’ideale a cui tendere per i cuochi del Quattrocento, attraverso la diffusione di un’idea di cucina che sarà determinante per tutti coloro che lo seguiranno, andando a influenzare anche in parte la cucina del secolo successivo.
L’elemento dell’individualità del cuoco tuttavia si fa ancora più presente e sentito nel Cinquecento. Cuoco per eccellenza del Cinquecento è Bartolomeo Scappi, operante presso la corte di due papi, il quale ci ha lasciato un corpus immenso di ricette e e di informazioni sulla conservazione dei cibi, sugli utensili, sui rimedi alimentari per la salute e infine sul trattamento economico e quotidiano che un cuoco di alto livello – oltre ai suoi assistenti – si deve aspettare da parte del proprio principe.
Quest’ultimo aspetto ci sembra particolarmente interessante; andremo quindi ad analizzare il testo di Scappi per mostrarvi cosa implichi appunto lavorare in una corte a metà del Cinquecento. Resta inoltre significativo, per quello che riguarda la conoscenza della storia del Rinascimento, comprendere quale fosse l’alimentazione di un servitore in questo periodo e, come vedremo, è molto diversa da quello che comunemente si pensa: parliamo di una dieta ricca di proteine animali e tutto tranne che misera, come si tende a immaginare ai giorni nostri. L’alimentazione priva di prodotti di derivazione animale è del tutto inconcepibile sia nel Medioevo che nel Rinascimento e il testo di Scappi ne rappresenta soltanto un’ulteriore prova.

bartolomeo scappi cucina principale

Dopo avere elencato l’impressionante quantità di strumenti necessari per lo svolgimento della sua arte – oltre tutto, il libro di Scappi è corredato di illustrazioni che mostrano l’aspetto di una cucina di alto livello del suo tempo – l’autore indica quelle che sono le esigenze di un cuoco di corte e dei suoi assistenti in termini di vitto e alloggio.
Scappi ci ricorda che nelle grandi corti succede di frequente che il maestro cuoco non sia una persona sola ma cambi ogni settimana. In tal caso, ci ricorda Scappi, i maestri cuochi devono essere considerati uguali e deve essere garantita loro la stessa autorità. Ognuno avrà da gestire la propria settimana di lavoro e potrà ricorrere, se necessario, all’aiuto dell’altro cuoco. In tal caso, dovranno spartirsi da buoni fratelli le regalie, ovvero i compensi per il servizio prestato.
Sia il cuoco che garzoni e aiutanti devono inoltre essere riforniti di abiti almeno una volta all’anno. Il cuoco dovrà avere una camera propria con un letto, candele, scope e legna da bruciare per l’inverno nel modo che hanno i gintilhuomini, ovvero in abbondante quantità a seconda del bisogno stagionale. Gli verranno fornite inoltre, per suo vitio, tre libbre (una libbra equivale a circa 350 grammi, quindi parliamo di un totale di un chilo e 50 grammi) di pane al giorno e sei fogliette (una foglietta sono 0,45 litri per un totale di 2,7 litri) di vino della stessa qualità che si serve alla tavola dei gentiluomini. Scappi non parla, purtroppo per noi, del companatico nelle corti più piccole, indicando sbrigativamente che questo sarà attribuito secondo la convenzione, il che significa che le quantità risulteranno ridotte rispetto a quelle indicate in seguito ma, presumibilmente, la tipologia del trattamento resterà paragonabile. Nelle corti grandi, a parte quelle di papi, imperatori e re li quali sono libere (il che implica, tra le righe, che un cuoco che lavora alla corte del papa come lui riceve un trattamento migliore di quello in seguito indicato), la consuetudine è quella di dare al maestro due libbre e mezzo (circa 875 grammi) di carne di vitella o di castrato o un cappone o una gallina al giorno a seconda delle tipologie di piatto preparate quel giorno in cucina (appresso alla credenza del piatto che si fa in cucina).
In seguito l’autore parla dei giorni di magro. Ricordiamo che nel Rinascimento cambiano le consuetudini rispetto al Medioevo: mentre l’epoca precedente vieta l’impiego di qualsiasi carne e derivato nei giorni di magro o di penitenza, inclusi uova e latticini, consentendo unicamente il pesce come sostituto, nel Rinascimento tale prescrizione si attenua fino a scomparire, per quanto ancora in Maestro Martino possiamo ritrovare, ad esempio, piatti sostitutivi delle uova come le cosiddette uova contraffatte le quali nei tempi successivi vengono preparate sovente più come pietanza tradizionale che a causa dell’effettiva necessità di sostituire le uova. Resta il divieto della carne nei giorni di magro, certamente, ma tale divieto non si estende più alle uova e al latte che restano proibiti unicamente nei giorni di quaresima. Un altro dato interessante, che ricaviamo dalle liste di pietanze di Scappi e di altri cuochi, è che il pesce non è più considerato unicamente un misero sostituto della carne, ma viene sempre più spesso inserito anche nei pasti di grasso accanto agli altri piatti, segno di un mutamento di gusto e di un riconoscimento di una differente dignità da attribuirsi all’alimento della penitenza per eccellenza.
Troviamo in Scappi che la carne concessa dal principe nei giorni di grasso deve essere sostituita con otto uova nei giorni di magro e da due libbre e mezza di pesce durante la quaresima.
Per quello che riguarda gli aiutanti, i garzoni e i pasticceri, devono anche loro avere ognuno camere e letti forniti dal principe, tre libbre di pane come il cuoco, due boccali (un boccale equivale a 1,8litri, per un totale quindi di 3,6 litri) di vino ordinario, una libbra e mezzo (circa 525 grammi) di carne o pesce o sei uova.
Scappi specifica che lo scopo primario di queste comodità concesse al cuoco e ai suoi assistenti è garantire la fedeltà al principe e far tollerare meglio la fatica del lavoro in cucina.
In seguito Scappi sottolinea come al maestro cuoco debba essere garantita la massima autonomia per quello che riguarda l’assunzione dei suoi aiutanti, senza che lo scalco o il maestro di casa possano interferire con le sue scelte, per offrire il migliore servizio possibile al principe.

bartolomeo scappi cucina da campo

Il cuoco deve anche avere tutto il necessario per viaggiare, nel caso gli venga richiesto, masserizie leggere per gli spostamenti e tutti gli aiutanti che gli servono per portare a termine il suo compito, i quali devono essere forniti di cavalcature adeguate, calzature per camminare, tutto ciò che viene dato ai garzoni e persone per caricare e scaricare l’attrezzatura per la cucina da campo.

MARCO GAVIO DE RUBEIS

Per approfondire alcuni dei temi trattati in questo articolo, vi consigliamo la lettura di Medioevo in cucina. Ingredienti, ricette e sapori e di Rinascimento in cucina. L’Italia tra banchetti e alimentazione quotidiana. Qui invece trovate l’elenco completo dei nostri libri dedicati alla storia dell’enogastronomia. I libri, scritti da Marco Gavio de Rubeis, possono essere acquistati presso il nostro shop e negli store online, oppure ordinati in tutte le librerie italiane.

Sempre dello stesso autore, potete leggere gratuitamente online i seguenti articoli:

Riscoprire l’enogastronomia antica
Perché preparare l’idromele in casa
Il cappone stufato e ripieno. Due ricette italiane tra Medioevo e Rinascimento
Cos’è il garum
L’imitazione della natura e il meraviglioso nella cucina medievale (Italia Medievale)
Bere nel Medioevo tra ebbrezza e sobrietà
La semplicità del gusto nelle ricette della Roma repubblicana. Il libum e il savillum
Birra medievale e luppolo