La rossa birra di Hathor e il mito egizio della distruzione del genere umano

Carissimi amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore di saggi di successo dedicati all’enogastronomia antica – ricordiamo qui Birra nella storia. Ingredienti e preparazioni attraverso i secoli – vi parlerà di un mito egizio della birra, in questa antica storia presentata come unico mezzo per placare la sete di sangue di una divinità. Un mito che non mancherà di affascinare gli amanti della mitologia e quelli della birra.
Buona lettura a tutti!

birra egizia 2

Abbiamo già parlato in alcuni articoli precedenti di birra, luppolo e di tutta una serie di norme e indicazioni legate al consumo dell’alcol durante l’età medievale nelle zone geografiche di influenza celtica e germanica. Naturalmente, però, la birra non è legata soltanto a questi territori e a queste epoche. Bisogna sempre ricordare che si tratta di una delle bevande più antiche della storia dell’umanità insieme all’idromele, strettamente legata allo sviluppo dell’agricoltura – e della civiltà stessa – in numerose regioni del mondo. Oggi ci sposteremo nell’antico Egitto, narrando un mito sorprendente e affascinante che parla di birra, sangue e di un’ira divina in grado di sterminare il genere umano. Il legame tra il sangue e la birra non potrà non ricordarci, come lontanissima suggestione, un’eco remota, un altro mito, molto noto: quello della creazione dell’idromele narrato nell’Edda, bevanda di poesia, nato dalla commistione tra il sangue e il miele, in grado di conferire poteri profetici a chi lo assume. In questo caso, la birra colorata di rosso è in grado di placare una fame di sangue che appare impossibile da saziare, un desiderio di vendetta che va oltre alla volontà stessa del dio che ha ordinato che si compisse, Ra.
Come abbiamo analizzato nei nostri libri dedicati alla birra e all’idromele, e come vedremo ancora attraverso articoli di prossima pubblicazione, sussiste un legame fortissimo tra mito e cultura delle bevande alcoliche in quanto segno di civiltà e allo stesso tempo di unione con il divino. Nel poema sumero Gilgamesh, la birra viene definita la bevanda degli uomini, ovvero la bevanda che distingue la cultura umana da un modo di vivere ancora bestiale, non civilizzato. È la bevanda dei popoli dediti all’agricoltura, in grado di trasformare i prodotti grezzi della terra e renderli nutrimento sotto forma di cibo e bevanda.
Il legame con il mondo divino, che ritroviamo anche nell’inno sumero alla dea Ninkasi – un testo affascinante che ci mostra una delle primissime ricette della birra mai scritte nella storia dell’umanità – è ancora più presente nel mito che ora andremo a esaminare, il mito della distruzione del genere umano. In questo testo troveremo elementi interessanti per ricostruire alcune caratteristiche quanto meno di uno dei tipi della birra egizia – come ci ricordano Strabone e altri autori, sono molti i modi in cui viene preparata e molti gli ingredienti utilizzati – per studiare la quale, purtroppo, i dati testuali sono scarsi e le fonti rare. Questo mito risulta di particolare rilevanza anche perché – pur non descrivendo la preparazione della birra come possiamo ritrovarla, ad esempio, nel testo tardoantico di Zosimo di Panopoli – viene fatto uso di un peculiare additivo che andremo a esaminare.

birra egizia

Narra la fonte che Ra, il dio generato a partire da se stesso, dopo avere assunto il dominio sul genere umano e su ogni altra cosa, nel tempo si fece vecchio. Gli uomini e le donne allora iniziarono a mormorare contro di lui, provocando l’ira dell’unico dio. Ra allora decise di convocare gli dei del suo seguito e il suo Occhio, in segreto, in modo che nessuno potesse darsi alla fuga. Quando gli dei furono riuniti dove di trovava Nu, origine di tutti gli dei, Ra si rivolse al padre per avere consiglio su cosa dovesse fare. Non voleva infatti sterminare tutti senza prima avere ricevuto consiglio. Rispose allora Nu dicendogli di lasciare che il suo Occhio si occupasse di coloro che avevano pronunciato parole blasfeme contro di lui. Nessun altro Occhio poteva precederlo (dal momento che – ricordiamo – l’Occhio di Ra è l’occhio del Sole) e nessuno poteva opporgli resistenza quando si manifestava sotto la forma di Hathor.
Subito allora Hathor, rispondendo al comando divino, si recò sulle montagne, dove gli uomini e le donne si erano rifugiati per il timore dell’ira di Ra, e li massacrò. Ra allora tentò di richiamare Hathor a sé, dicendole che aveva adempiuto al suo compito, ma senza successo. Hathor rispose che dalla sua azione aveva ricavato piacere e dolcezza nel cuore. Quando Ra si rese conto che non avrebbe potuto fermarla, ora che aveva conosciuto il sapore del sangue, fece convocare dei messaggeri veloci, in grado di correre quanto il vento, e ordinò loro di recarsi ad Abu e di raccogliere i frutti della mandragora in grande quantità.
I frutti vennero raccolti e portati alla dea Sekhet perché li frantumasse. Nel frattempo, le ancelle prepararono la birra schiacciando i grani, in totale settemila vasi, e misero in infusione i frutti all’interno dei contenitori per rendere la birra rossa come il sangue. Ra poi ordinò che i vasi venissero portati nel luogo del massacro e la birra venne versata per terra in modo che si mescolasse al sangue dei cadaveri. Quando Hathor giunse, all’alba, trovò i campi inondati di birra. Credendo che fosse il sangue dei nemici di Ra, la dea si rallegrò e bevve tutta la birra. Ma la sostanza che era stata a essa mescolata era in grado di provocare il sonno, così, una volta che Hathor si fu saziata, dimenticò la vendetta. Ra allora diede ordine che venisse istituita una festa annuale in onore di Hathor, nella quale venisse offerta la birra provocatrice di sonno. Così da quel giorno ogni anno si celebrano le festività di Hathor preparando una birra del colore del sangue.

Birra FRONTE

Per approfondire alcuni dei temi trattati in questo articolo, vi consigliamo la lettura di Birra nella storia. Ingredienti e preparazioni attraverso i secoli. Qui invece trovate l’elenco completo dei nostri libri dedicati alla storia dell’enogastronomia. I libri, scritti da Marco Gavio de Rubeis, possono essere acquistati presso il nostro shop e negli store online, oppure ordinati in tutte le librerie italiane.

Sempre dello stesso autore, potete leggere gratuitamente online i seguenti articoli:

Riscoprire l’enogastronomia antica
Perché preparare l’idromele in casa
Il cappone stufato e ripieno. Due ricette italiane tra Medioevo e Rinascimento
Cos’è il garum
L’imitazione della natura e il meraviglioso nella cucina medievale (Italia Medievale)
Bere nel Medioevo tra ebbrezza e sobrietà
La semplicità del gusto nelle ricette della Roma repubblicana. Il libum e il savillum
Birra medievale e luppolo
Il cuoco di corte rinascimentale e i suoi aiutanti. Ruoli, alimentazione e vita quotidiana

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Il Medioevo raccontato ai ragazzi: la leggenda di Robin Hood

Carissimi amici, siamo lieti di annunciarvi l’uscita di un nuovo libro, a cura di Pietro Aratori e con le splendide illustrazioni di Luca Bonora, dedicato a Robin Hood e ad alcune delle più antiche tra le storie che riguardano questo personaggio. Il libro fa parte di un progetto a cui ci dedichiamo da molti anni e che ci ha dato grandi soddisfazioni: raccontare il Medioevo a bambini e ragazzi e accendere il loro entusiasmo nei confronti della storia e delle epoche passate. Siamo certi che i nostri giovani lettori – e anche i meno giovani, dal momento che questi libri stanno riscuotendo considerevole successo anche presso gli adulti – adoreranno Robin Hood, così come hanno amato Renart, Calandrino, Ivano e tutti gli altri personaggi che hanno avuto modo di conoscere tramite le nostre pubblicazioni.

La leggenda di Robin Hood FRONTE

Questa volta, abbiamo scelto di dedicare un libro ad uno dei personaggi più amati della letteratura inglese. Le storie che leggerete nel nostro testo sono un po’ diverse da quelle che avete avuto modo di conoscere tramite le versioni televisive e il libro più conosciuto sull’argomento, la versione scritta da Alexandre Dumas, il quale ha voluto fare un’operazione di sintesi delle varie leggende di Robin Hood creando un personaggio in buona parte frutto della propria immaginazione. Nel nostro libro abbiamo voluto offrirvi la versione originale delle leggende di Robin Hood, nella loro forma più antica, dal nostro punto di vista particolarmente affascinante. Siamo certi che amerete questo Robin Hood di origine medievale quanto lo abbiamo amato noi.

Il libro è disponibile presso tutti gli store online; potete ordinarlo inoltre in qualsiasi libreria italiana o acquistarlo sul nostro sito.

Qui trovate elencati gli altri nostri libri per ragazzi dedicati al Medioevo e al Rinascimento. Per l’elenco completo dei nostri libri dedicati a questo periodo storico, inclusivo dei libri di mitologia, vi rimandiamo a questo link. Buona lettura!

Renart. Le avventure di una volpe
Ivano. Il cavaliere del leone
Le più belle storie del Decameron
Fiabe del Rinascimento italiano
Le avventure di Bertoldo e Bertoldino

La leggenda di Robin Hood

Titolo: La leggenda di Robin Hood
A cura di Pietro Aratori
Illustrazioni di Luca Bonora
Editore: I Doni Delle Muse
ISBN: 978-88-99167-31-8
Pagine: 106
Prezzo: 10 euro

DALLA QUARTA DI COPERTINA
Fuorilegge esperto nel tiro con l’arco, circondato dai suoi allegri compagni vestiti di verde e sempre pronto a festeggiare con banchetti, canti e balli, Robin Hood è uno dei personaggi più popolari della letteratura inglese a partire dal Medioevo. Nobile decaduto che vive nei boschi, nemico dei ricchi ma sempre pronto ad aiutare chi ne ha bisogno, Robin coltiva il segreto desiderio di riconquistare la grazia presso il re, senza tuttavia rinunciare a scherzi e beffe nei confronti dei suoi nemici.
Un libro che raccoglie alcune delle storie più antiche di Robin Hood per ricostruire l’origine di una leggenda indimenticabile.

La Saga dei Volsunghi e Tolkien al castello di Galliate (NO)

galliate 1

Carissimi amici, siamo lieti di invitarvi anche quest’anno al castello di Galliate domenica 13 maggio per una giornata interamente dedicata a Tolkien, all’interno della manifestazione “Un viaggio nella Terra di Mezzo” organizzata dal FAI Giovani di Novara. Dopo la riuscita conferenza del 2017 sulla figura del drago, in cui abbiamo parlato principalmente di Beowulf e dell’Edda, quest’anno vi presenteremo un testo medievale islandese che ha costituito una preziosa fonte di ispirazione per Tolkien, la Saga dei Volsunghi. L’incontro, a partire dalle 14, sarà condotto da Andrea Tuffanelli. L’ingresso è libero e sarà possibile visitare il castello.
Vi aspettiamo numerosi!

Volsunghi

ALLA RICERCA DELLE FONTI MITOLOGICHE DI TOLKIEN: LA SAGA DEI VOLSUNGHI
“I Doni delle Muse” presentano un viaggio nel mondo medievale della Saga dei Volsunghi, una storia densa di sangue, magia e passione che si riferisce ad un passato lontano in cui ancora gli dei camminavano tra il genere umano. Un testo islandese che narra le vicende di un tesoro maledetto, di una spada spezzata e di un dio errante privo del potere di salvare i propri figli, in una narrazione epica e coinvolgente che merita di essere riscoperta nella sua forma originale e che ha costituito una delle principali fonti di ispirazione di un grande narratore contemporaneo, che ne ha rielaborato il simbolismo e le strutture mitiche: Tolkien.

Vogliamo ricordarvi inoltre che nel corso della giornata sarà possibile acquistare i nostri libri (e i nostri album musicali) e che troverete in anteprima le nostre ultime pubblicazioni: “La leggenda di Robin Hood” e “Danze del Rinascimento Italiano”.

La leggenda di Robin Hood FRONTEDanze del Rinascimento italiano COPERTINA

Il cuoco di corte rinascimentale e i suoi aiutanti. Ruoli, alimentazione e vita quotidiana

Carissimi amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore di diversi saggi di enogastronomia storica tra cui Rinascimento in cucina. L’Italia tra banchetti e alimentazione quotidiana, vi parlerà di un aspetto poco conosciuto del Rinascimento, ovvero la figura del cuoco di corte nel Cinquecento e il trattamento riservato a lui e ai suoi assistenti da parte del principe del quale sono a servizio, in particolare dal punto di vista alimentare. Si tratta di informazioni preziose che possono fare luce sugli aspetti più quotidiani della vita di una delle figure di maestro artigiano più apprezzate tra l’età medievale e rinascimentale, ricavate dal testo di uno dei più rinomati cuochi del Cinquecento, Bartolomeo Scappi.
Buona lettura!

bartolomeo scappi cucina

 

Il periodo rinascimentale rappresenta una rinascita di tutte le arti con un deciso rivolgimento nei confronti di un passato ritenuto superiore al presente e degno di imitazione, attraverso la volontà di liberarsi da quella che viene percepita come l’oscurità dei secoli immediatamente precedenti, in nome del recupero dell’antico. Questo è valido in ogni ambito, seppure con risultati molto differenti a seconda dell’arte di riferimento. Tra tali ambiti, dobbiamo includere anche quello culinario. Caratteristica determinante del Rinascimento è anche l’attenzione posta nei confronti dell’individualità dell’artigiano e delle sue caratteristiche specifiche e questo è particolarmente valido nel caso dell’argomento del nostro articolo.
Mentre nel Basso Medioevo l’attenzione sembra essere posta più sull’aspetto tradizionale e sull’adesione del cuoco alla consuetudine, a partire dall’età rinascimentale – pur senza che si verifichi una cesura nei confronti della tradizione stessa – iniziamo a ritrovare elementi che ci consentono di legare i piatti più al cuoco stesso che alla tradizione. A tal proposito, ricordiamo l’opera Platina, il De Honesta Voluptate et Valetudine, nel quale l’autore attribuisce a Maestro Martino da Como i massimi onori come cuoco attraverso l’analisi delle sue ricette in quello che si configura come un commentario al Libro de arte coquinaria e un ampliamento che va a riguardare tutti gli aspetti della vita quotidiana. La cucina ideale è quella rappresentata dal cuoco quattrocentesco, che sceglie alcuni degli aspetti della cucina di tradizione medievale rielaborandoli in un modo che un umanista come Platina considera perfetti per il buon mantenimento della salute e un piacere che sia onesto, ovvero moderato e privo di eccessi. Non è la tradizione culinaria del passato, quella che Platina considera ideale, ma quella creata dal cuoco che incarna il modello perfetto del cuoco.
Maestro Martino e la sua opera costituiranno l’ideale a cui tendere per i cuochi del Quattrocento, attraverso la diffusione di un’idea di cucina che sarà determinante per tutti coloro che lo seguiranno, andando a influenzare anche in parte la cucina del secolo successivo.
L’elemento dell’individualità del cuoco tuttavia si fa ancora più presente e sentito nel Cinquecento. Cuoco per eccellenza del Cinquecento è Bartolomeo Scappi, operante presso la corte di due papi, il quale ci ha lasciato un corpus immenso di ricette e e di informazioni sulla conservazione dei cibi, sugli utensili, sui rimedi alimentari per la salute e infine sul trattamento economico e quotidiano che un cuoco di alto livello – oltre ai suoi assistenti – si deve aspettare da parte del proprio principe.
Quest’ultimo aspetto ci sembra particolarmente interessante; andremo quindi ad analizzare il testo di Scappi per mostrarvi cosa implichi appunto lavorare in una corte a metà del Cinquecento. Resta inoltre significativo, per quello che riguarda la conoscenza della storia del Rinascimento, comprendere quale fosse l’alimentazione di un servitore in questo periodo e, come vedremo, è molto diversa da quello che comunemente si pensa: parliamo di una dieta ricca di proteine animali e tutto tranne che misera, come si tende a immaginare ai giorni nostri. L’alimentazione priva di prodotti di derivazione animale è del tutto inconcepibile sia nel Medioevo che nel Rinascimento e il testo di Scappi ne rappresenta soltanto un’ulteriore prova.

bartolomeo scappi cucina principale

Dopo avere elencato l’impressionante quantità di strumenti necessari per lo svolgimento della sua arte – oltre tutto, il libro di Scappi è corredato di illustrazioni che mostrano l’aspetto di una cucina di alto livello del suo tempo – l’autore indica quelle che sono le esigenze di un cuoco di corte e dei suoi assistenti in termini di vitto e alloggio.
Scappi ci ricorda che nelle grandi corti succede di frequente che il maestro cuoco non sia una persona sola ma cambi ogni settimana. In tal caso, ci ricorda Scappi, i maestri cuochi devono essere considerati uguali e deve essere garantita loro la stessa autorità. Ognuno avrà da gestire la propria settimana di lavoro e potrà ricorrere, se necessario, all’aiuto dell’altro cuoco. In tal caso, dovranno spartirsi da buoni fratelli le regalie, ovvero i compensi per il servizio prestato.
Sia il cuoco che garzoni e aiutanti devono inoltre essere riforniti di abiti almeno una volta all’anno. Il cuoco dovrà avere una camera propria con un letto, candele, scope e legna da bruciare per l’inverno nel modo che hanno i gintilhuomini, ovvero in abbondante quantità a seconda del bisogno stagionale. Gli verranno fornite inoltre, per suo vitio, tre libbre (una libbra equivale a circa 350 grammi, quindi parliamo di un totale di un chilo e 50 grammi) di pane al giorno e sei fogliette (una foglietta sono 0,45 litri per un totale di 2,7 litri) di vino della stessa qualità che si serve alla tavola dei gentiluomini. Scappi non parla, purtroppo per noi, del companatico nelle corti più piccole, indicando sbrigativamente che questo sarà attribuito secondo la convenzione, il che significa che le quantità risulteranno ridotte rispetto a quelle indicate in seguito ma, presumibilmente, la tipologia del trattamento resterà paragonabile. Nelle corti grandi, a parte quelle di papi, imperatori e re li quali sono libere (il che implica, tra le righe, che un cuoco che lavora alla corte del papa come lui riceve un trattamento migliore di quello in seguito indicato), la consuetudine è quella di dare al maestro due libbre e mezzo (circa 875 grammi) di carne di vitella o di castrato o un cappone o una gallina al giorno a seconda delle tipologie di piatto preparate quel giorno in cucina (appresso alla credenza del piatto che si fa in cucina).
In seguito l’autore parla dei giorni di magro. Ricordiamo che nel Rinascimento cambiano le consuetudini rispetto al Medioevo: mentre l’epoca precedente vieta l’impiego di qualsiasi carne e derivato nei giorni di magro o di penitenza, inclusi uova e latticini, consentendo unicamente il pesce come sostituto, nel Rinascimento tale prescrizione si attenua fino a scomparire, per quanto ancora in Maestro Martino possiamo ritrovare, ad esempio, piatti sostitutivi delle uova come le cosiddette uova contraffatte le quali nei tempi successivi vengono preparate sovente più come pietanza tradizionale che a causa dell’effettiva necessità di sostituire le uova. Resta il divieto della carne nei giorni di magro, certamente, ma tale divieto non si estende più alle uova e al latte che restano proibiti unicamente nei giorni di quaresima. Un altro dato interessante, che ricaviamo dalle liste di pietanze di Scappi e di altri cuochi, è che il pesce non è più considerato unicamente un misero sostituto della carne, ma viene sempre più spesso inserito anche nei pasti di grasso accanto agli altri piatti, segno di un mutamento di gusto e di un riconoscimento di una differente dignità da attribuirsi all’alimento della penitenza per eccellenza.
Troviamo in Scappi che la carne concessa dal principe nei giorni di grasso deve essere sostituita con otto uova nei giorni di magro e da due libbre e mezza di pesce durante la quaresima.
Per quello che riguarda gli aiutanti, i garzoni e i pasticceri, devono anche loro avere ognuno camere e letti forniti dal principe, tre libbre di pane come il cuoco, due boccali (un boccale equivale a 1,8litri, per un totale quindi di 3,6 litri) di vino ordinario, una libbra e mezzo (circa 525 grammi) di carne o pesce o sei uova.
Scappi specifica che lo scopo primario di queste comodità concesse al cuoco e ai suoi assistenti è garantire la fedeltà al principe e far tollerare meglio la fatica del lavoro in cucina.
In seguito Scappi sottolinea come al maestro cuoco debba essere garantita la massima autonomia per quello che riguarda l’assunzione dei suoi aiutanti, senza che lo scalco o il maestro di casa possano interferire con le sue scelte, per offrire il migliore servizio possibile al principe.

bartolomeo scappi cucina da campo

Il cuoco deve anche avere tutto il necessario per viaggiare, nel caso gli venga richiesto, masserizie leggere per gli spostamenti e tutti gli aiutanti che gli servono per portare a termine il suo compito, i quali devono essere forniti di cavalcature adeguate, calzature per camminare, tutto ciò che viene dato ai garzoni e persone per caricare e scaricare l’attrezzatura per la cucina da campo.

MARCO GAVIO DE RUBEIS

Per approfondire alcuni dei temi trattati in questo articolo, vi consigliamo la lettura di Medioevo in cucina. Ingredienti, ricette e sapori e di Rinascimento in cucina. L’Italia tra banchetti e alimentazione quotidiana. Qui invece trovate l’elenco completo dei nostri libri dedicati alla storia dell’enogastronomia. I libri, scritti da Marco Gavio de Rubeis, possono essere acquistati presso il nostro shop e negli store online, oppure ordinati in tutte le librerie italiane.

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Riscoprire l’enogastronomia antica
Perché preparare l’idromele in casa
Il cappone stufato e ripieno. Due ricette italiane tra Medioevo e Rinascimento
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Bere nel Medioevo tra ebbrezza e sobrietà
La semplicità del gusto nelle ricette della Roma repubblicana. Il libum e il savillum
Birra medievale e luppolo

La cucina del Rinascimento italiano presso il Museo Archeologico di Milano

Carissimi amici, siamo lieti di invitarvi sabato 17 febbraio presso il Museo Archeologico di Milano a partire dalle 16, per un incontro dedicato alla cucina rinascimentale italiana organizzato in collaborazione con l’associazione culturale Italia Medievale.

Vi aspettiamo numerosi!

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Erede della grande tradizione medievale e protesa tra la volontà di imitazione del modello classico e abitudini radicate nel corso dei secoli, la cucina rinascimentale è caratterizzata dalla contraddizione tra banchetti sempre più complessi e finalizzati a stupire e l’esaltazione della moderazione portata avanti da medici e umanisti come ricerca di un gusto più semplice. Da un lato ritroviamo piatti raffinati, stravaganti, dall’altro la riscoperta di alimenti fondamentali nella cultura classica come le insalate e la frutta, imprescindibili tanto nell’alimentazione di tutti i giorni quanto nelle occasioni più importanti.
L’associazione culturale I Doni delle Muse propone un incontro per parlare di cucina e di cultura alimentare del periodo rinascimentale, con aneddoti e curiosità tratte dai ricettari e dalle fonti letterarie dell’epoca, per un viaggio affascinante tra i sapori del XV e del XVI secolo. Un appuntamento per appassionati, curiosi e buongustai di tutte le età.

PER APPROFONDIRE
Se volete sapere qualcosa di più sul nostro progetto di studio e divulgazione di storia dell’enogastronomia, tra cui il nostro saggio Rinascimento in cucina, potete trovare qui la pagina dedicata alle pubblicazioni dell’associazione culturale e a seguire alcuni articoli disponibili gratuitamente:

Riscoprire l’enogastronomia antica
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Cos’è il garum
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La semplicità del gusto nelle ricette della Roma repubblicana. Il libum e il savillum
Birra medievale e luppolo

Birra medievale e luppolo

Carissimi amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore di saggi di successo dedicati alla storia dell’enogastronomia, tra cui una monografia dedicata alla birra e una all’idromele nel corso dei secoli, approfondirà un tema particolarmente affascinante per tutti coloro che vogliano cimentarsi nello studio (e naturalmente nella realizzazione pratica) delle birre antiche, ovvero l’introduzione del luppolo e il mutamento di gusto per quello che concerne tale bevanda avvenuto negli ultimi secoli dell’alto Medioevo. Buona lettura a tutti!

Livre du roi Modus et de la reine Ratio

Uno degli ingredienti considerati fondamentali per la produzione della birra – ma del tutto dimenticato per quanto riguarda invece l’idromele – è il luppolo. Non si tratta di un’opinione recente, ritroviamo infatti già negli scritti del medico italiano Mattioli, nel Cinquecento, l’idea che, addirittura, non sia possibile produrre la birra senza impiegare appunto il luppolo.
Risulta anche a noi, oggi, difficile immaginare una bevanda che non possieda la caratteristica amarognola delle birre attuali, allo stesso modo in cui sembra strano pensare all’idromele, in genere associato a un gusto dolce e intenso, preparato invece in modo da essere leggero, frizzante e luppolato, dalle caratteristiche in parte sovrapponibili alla birra e adatto per i medesimi abbinamenti gastronomici.
Eppure per lungo tempo il luppolo non è stato utilizzato per la preparazione né della birra né dell’idromele.
L’introduzione di questo additivo è un fatto relativamente recente – recente in relazione all’inizio della produzione della birra, la cui origine si smarrisce in un passato mitico, forse addirittura agli albori dell’agricoltura. Le prime attestazioni certe risalgono a non prima del IX secolo, in aree geografiche di dominazione franca, testimonianza di come il luppolo originariamente sia strettamente connesso con la cultura germanica. Tale birra germanica rappresenterà poi, nel corso del tempo, insieme a quella di derivazione celtica, l’unica tipologia di birra conservata nel corso dei secoli successivi, mentre la tradizione mediterranea sarà sempre più dimenticata fino a scomparire.
Il fatto che il luppolo sia attestato nel IX secolo naturalmente non deve trarre in inganno: ciò che mostra la documentazione in nostro possesso è la presenza diffusa e ampia di tale additivo nella birrificazione in un determinato momento storico, il che ci consente di affermare con certezza che tale impiego è precedente e la testimonianza scritta non fa che confermare un uso in atto, non di certo una novità.
Prima di proseguire parlando del luppolo, vogliamo accennare agli additivi più in uso nel mondo antico, tanto per ciò che riguarda le birre nordiche che quelle mediterranee, sottolineando tuttavia la presenza di numerose bevande prive di additivi ulteriori e preparate unicamente con malto e lievito, come le ritroviamo nelle ricette sumere ed egizie – senza incorrere tuttavia nell’ingenuità di ritenere che queste siano le uniche birre prodotte nel mondo antico e non ve ne siano altre possibili di cui non si sono conservate testimonianze scritte.
Per farvi comprendere quanto le birre antiche siano diverse da quelle attuali, vi ricordiamo che uno degli ingredienti più diffusi è il miele, il quale oltre tutto costituisce la base di una delle bevande alcoliche più amate dai Celti, prodotta fino in tempi piuttosto recenti, il braggot, chiamato anche nelle fonti tardo antiche e medievali cervisia mellita, un fermentato di miele e malto la cui intensità è paragonata al vino. Il miele risulta molto frequente anche nelle birre mediterranee antiche, con la finalità principale di produrre bevande dalla gradazione alcolica maggiore di quella ottenibile con l’uso esclusivo del malto. Ritroviamo citate dalle fonti greche anche alcune canne palustri, come quella che Teofrasto chiama malinathalle, la cui funzione è quella di addolcire, come scrive l’autore. Tale pianta viene utilizzata anche per la produzione di dolci, tragemata. Vogliamo comunque ricordare che per il mondo antico “dolce” è sinonimo di “buono”, terminologia che si ritrova sia nel greco che nel latino per indicare la qualità ottimale del vino, il che implica che non abbiamo alcuna certezza sull’effettivo sapore dolce della bevanda così ottenuta.
Questi due esempi, documentati nelle fonti storiche, sono solo per fare comprendere come la birra antica possa apparire diversa rispetto a quella attuale. Ritroviamo comunque birra preparata senza miele anche presso i Celti: la corma, secondo la testimonianza di Posidonio citato da Ateneo, considerata inferiore rispetto a quella, appunto, preparata con il miele, oltre che destinata alle classi inferiori meno abbienti e, nel corso del Medioevo, all’alimentazione dei monaci e dei penitenti ai quali viene prescritto generalmente di astenersi da bevande alcoliche di gradazione superiore come vino o cervisia mellita. Per ulteriori approfondimenti sull’argomento, vi rimandiamo a questo articolo.
Rispetto a quanto brevemente descritto, l’introduzione del luppolo comporta, senza dubbio, un considerevole cambiamento di gusto.

san Benedetto

La prima attestazione, come accennavamo, risale al IX secolo, a opera di Adalardo da Corby. Nel testo si ritrovano, oltre che indicazioni sulla quantità di cereali maltati (naturalmente per la produzione di birra) e non maltati (per il comune consumo alimentare) anche l’autorizzazione ad acquistare il luppolo necessario a soddisfare il fabbisogno del monastero qualora quello ottenuto dalle decime non sia sufficiente. Il testo ci dice chiaramente due cose: la prima, che nel IX secolo i monasteri, o quanto meno l’abbazia di san Pietro di Corby, dove Adalardo opera, hanno la consuetudine di produrre abitualmente la birra – non è specificato se solo per consumo interno, in ogni caso l’autore parla di cervisia fratrum, ovvero birra dei confratelli. La seconda, non meno importante, è che l’impiego di luppolo è così consolidato che l’abbazia ricava quello necessario dalle decime imposte ai contadini. Quest’ultima affermazione ha un’ulteriore implicazione: nel IX secolo, quanto meno nei dintorni dell’abbazia di Corby, il luppolo fa parte della produzione agricola, quindi vi si produce regolarmente la birra – non soltanto quella monastica – utilizzando tale additivo.
Come potete vedere, è evidente come l’uso del luppolo sia ben radicato e non sia in alcun modo possibile presupporre che tale impiego sia qualcosa di improvviso e privo di una tradizione precedente. Tutto quello che possiamo dire non è che prima del IX secolo non si ritrovi il luppolo nella preparazione della birra ma, più modestamente, che prima di tale data non possediamo documentazione scritta.
In ogni caso, nel corso dei secoli nell’area germanica l’impiego del luppolo sembra sempre più dato per scontato, come ritroviamo ad esempio nei testi di Ildegarda di Bingen (XI-XII secolo). Siamo comunque ancora molto lontani dalla standardizzazione a cui siamo abituati nella nostra cultura contemporanea e ancora di più da un uso universale del luppolo in ogni luogo dove si produca birra. Ad esempio, Aldobrandino di Siena, medico italiano operante in Francia, nel 1256 parlerà della birra come qualcosa che si produce unicamente con orzo, avena o grano, senza menzionare il luppolo, assenza riscontrabile anche nel regolamento della corporazione dei birrai di Parigi nel 1268, in cui si ritrova anche il divieto esplicito di impiegare qualsiasi tipo di additivo al di fuori di cereali e acqua.
Anche in epoca più tarda, ovvero nel 1539, ritroviamo una significativa menzione in merito al luppolo all’interno di un’ordinanza di re Enrico VIII che ne vieta l’uso per la produzione della ale, limitandolo unicamente alla beere.
Per meglio comprendere come le usanze in merito al luppolo siano tutto tranne che standardizzate, ricordiamo inoltre un’altra famosa legge tedesca del 1516, quella cosiddetta della purezza, conosciuta in tempi recenti come reinheitsgebot, la quale prevede che l’unico additivo consentito per la preparazione della birra debba essere il luppolo, andando così indirettamente a testimoniare come in realtà, nella pratica, siano impiegati nella birrificazione anche altri additivi. Questo rappresenta senza dubbio un tentativo di regolamentazione nella produzione della birra che, tuttavia, non diventerà standard ancora per molti secoli, come possiamo verificare dalle numerose ricette di birre storiche che si sono conservate fino ai giorni nostri e che abbiamo analizzato all’interno del nostro saggio dedicato alla birra, in cui ritroviamo appunto l’impiego di additivi ulteriori rispetto al luppolo, il cui uso è finalizzato alla ricerca di sapori diversi e interessanti, in grado di soddisfare anche il gusto dei bevitori contemporanei.
Vale la pena provare delle birre prive di luppolo o comunque preparate secondo metodi antichi? Dal nostro punto di vista, può essere più di un esperimento volto a soddisfare la propria curiosità storica. In questo, come negli altri casi, possiamo soltanto consigliarvi di provare e scoprirete un mondo di sapori nuovo e inaspettato.

MARCO GAVIO DE RUBEIS

 

Per approfondire, vi consigliamo la lettura di Birra nella storia. Ingredienti e preparazioni attraverso i secoli e di  Idromele. Miti, storia e preparazioni della bevanda degli dei. Per sapere qualcosa di più sulla cucina medievale vi suggeriamo invece Medioevo in cucina. Ingredienti, ricette e sapori. Qui invece trovate l’elenco completo dei nostri libri dedicati alla storia dell’enogastronomia. I libri, scritti da Marco Gavio de Rubeis, possono essere acquistati presso il nostro shop e negli store online, oppure ordinati in tutte le librerie italiane.

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La semplicità del gusto nelle ricette della Roma repubblicana. Il libum e il savillum