Marco Bertoli racconta “1886. Quando le Lunatermiti invasero la Terra”

Carissimi amici, oggi vi presenteremo tramite un’intervista all’autore la nuova opera di Marco Bertoli, già noto al nostro pubblico non soltanto per l’avvincente romanzo storico L’avvoltoio. Delitti all’alba della scrittura, ma anche per avere curato i due libri illustrati per ragazzi Gilgamesh. La storia di un eroe sumero e Ivano. Il cavaliere del leone, che hanno avvicinato tanti bambini alla storia della letteratura.

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SERENA FIANDRO. Sono lietissima di dare il benvenuto a Marco Bertoli. Ci troviamo di fronte a un autore con una produzione letteraria ampia e variegata, soprattutto di racconti, grazie alla quale ha conseguito ottimi riscontri da parte del pubblico tanto per i temi quanto per la qualità, sempre impeccabile, di scrittura.
Oggi siamo qui per presentare ai nostri lettori la sua ultima opera, 1886. Quando le Lunatermiti invasero la Terra, un romanzo di fantascienza ambientato in un Ottocento alternativo devastato dall’arrivo di invasori alieni che si inserisce nel solco della migliore tradizione dei romanzi d’avventura scritti proprio nel medesimo periodo.
Infatti la prima domanda che vorrei rivolgere a Marco Bertoli riguarda proprio le sue influenze letterarie. Leggendolo per la prima volta, mi ha ricordato molto sia per temi che per ambientazione certi romanzi di Verne e Salgari, a cui molti di noi devono l’inizio della passione per la lettura. In questo, oltre che nella scrittura agile e coinvolgente, risiede il maggiore fascino di questo romanzo pieno d’azione e di intreccio. Ti riconosci nelle mie impressioni? Ritrovi qualcosa di questi autori nella tua opera?

MARCO BERTOLI. Anzitutto un saluto a tutti i lettori e un grazie a voi, Doni delle Muse, per la fiducia e l’apprezzamento nei miei confronti.
Venendo a rispondere alle prime delle tue domande, confesso senza problemi che L’isola misteriosa è uno dei romanzi che salverei in caso di cataclisma. Sì, Salgari e Verne sono stati gli autori che hanno accompagnato la mia infanzia, riempiendo le ore di svago con storie coinvolgenti che sognavo di vivere una volta cresciuto. Questo, ahimè, non è stato possibile nella vita reale, quindi mi sono consolato inventando io stesso un’avventura in cui provare a ricreare le atmosfere e le situazioni che tanto mi avevano entusiasmato da giovane. In più, ho aggiunto un altro classico dei miei tempi: il libro Cuore di De Amicis.

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SERENA FIANDRO. Una tematica frequente nella fantascienza è l’invenzione di una forma di vita aliena talmente estranea al genere umano da risultare incomprensibile. L’insetto forse è ciò che meglio rappresenta tale estraneità, tale differenza incolmabile. Pensieri del tutto diversi, esigenze differenti, ragionamenti che la mente umana non è in grado di percorrere. Per questo è sempre così efficace nella narrazione di una storia. Come sono le tue Lunatermiti, così enigmatiche, misteriose e indecifrabili? Cosa vogliono? Perché hanno invaso la Terra?

MARCO BERTOLI. Concordo con le tue parole: quando si parla di alieni l’immaginazione corre subito a mostri dalle forme di ragni o insetti, così piccoli eppure così inquietanti nel loro lottare per la sopravvivenza in un silenzio che ci sgomenta perché ci priva di un punto di riferimento emotivo. Basti pensare a come il tono di voce di una persona ci permetta d’intuire il suo stato d’animo al di là del significato delle parole che usa.
Le mie Lunatermiti sono creature intelligenti e sociali che hanno vissuto nel sottosuolo lunare sino a che la sovrappopolazione le ha spinte a invadere la Terra. Questa almeno è la spiegazione fornita dai governi degli stati perché, in realtà, nessuno è a conoscenza delle loro reali motivazioni. Anche gli uomini e le donne che li aiutano nei loro piani di conquista per trarne un vantaggio personale ignorano i loro scopi. Gli unici dati certi riguardano la struttura della loro società, rigidamente suddivisa in classi a seconda del lavoro cui sono destinate sin dalla deposizione delle uova, e il loro vivere in colonie. Si suppone che alla loro guida ci siano gruppi ristretti di regine o simili ma nessun terrestre è riuscito a penetrare nelle profondità di un loro termitaio e a tornare fuori vivo.
La scelta del nome, infine, è stata indirizzata dalla orecchiabilità perché il termine suona meglio di Lunaformiche.

SERENA FIANDRO. I tuoi personaggi sono sempre ben caratterizzati e complessi e possiedi una rara capacità di creare tanto personaggi maschili quanto femminili, in questo caso ragazzi, così reali da sembrare vivi. Come nascono i personaggi di questo romanzo? Ti sei ispirato alla realtà o sono completamente inventati?

MARCO BERTOLI. Il protagonista maschile deve tanto al coraggio e al senso di responsabilità del Tamburino Sardo di De Amicis e a un mio collega di lavoro di cui apprezzo l’irruente spontaneità scandita da un caratteristico intercalare.
Andrea, invece, nasce da un disegno trovato girovagando su Internet: una ragazzina dai capelli rossi in tuta da meccanico intenta a trafficare attorno a uno strano macchinario. Carattere e modi di comportarsi sono una miscela di quelli delle mie due figlie. La tenacia di non mollare mai, infine, è presa pari pari da mia moglie.

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SERENA FIANDRO. 1886. Quando le Lunatermiti invasero la Terra è un romanzo per tutti, come i romanzi d’avventura di cui parlavamo all’inizio. È senza dubbio adatto per un pubblico molto giovane, ma diversamente da tanti libri indirizzati ai ragazzi non perde mai di vista la complessità e la caratterizzazione dei personaggi, come abbiamo visto, senza mai incorrere in semplificazioni eccessive, quindi è in grado di appassionare anche lettori adulti allo stesso modo, come è avvenuto con me che sono rimasta rapita dal mondo che hai creato. Molti scrittori hanno uno o più lettori, reali o immaginari, di riferimento. Questa considerazione vale anche per te? Chi è il lettore a cui ti rivolgi?

MARCO BERTOLI. Ho appena terminato di leggere un libro in cui un autore di fama planetaria descrive alcuni aspetti della sua esperienza e rivela che per lui tutti sono lettori, cioè che quando scrive non si rivolge a un particolare tipo. Nelle debite proporzioni, ovvio, mi ritrovo nella sua affermazione. Come dico sempre, io mi diverto a raccontare storie con la speranza che chiunque le ascolti, a prescindere da età o sesso, possa ricavarne piacere e stimoli di riflessione sul mondo che ci circonda.

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SERENA FIANDRO. Una domanda che amo sempre rivolgere agli scrittori riguarda la loro ispirazione. Mi hai parlato di questo romanzo quando ancora era soltanto un’idea, ma come è nato il tema che si è poi sviluppato in questo mondo così affascinante e complesso? Che metodo di scrittura hai seguito per la creazione del tuo romanzo?

MARCO BERTOLI. Questa è la domanda che più temevo perché non so che cosa rispondere. Sono consapevole di quanto possa sembrare assurdo, eppure è la verità. Certo, l’idea di scrivere un romanzo di genere steampunk mi attirava, ma il processo che ha distillato insieme l’intera vicenda è qualcosa di misterioso e irrazionale a cui forse non è estraneo il fatto che a Pisa l’abitazione di Pacinotti, personaggio ombra del libro, sino a un paio di anni fa era occupata da studi e laboratori del Dipartimento di Scienze della Terra in cui presto servizio.
Quanto al metodo ho utilizzato per la prima volta un programma di scrittura di romanzi. Ero diffidente sulle sue effettive capacità di gestione ma mi sono ricreduto grazie alla sua facilità di uso: una volta abbozzata la scaletta delle scene, è stato semplice modificarla e arricchirla sino alla versione finale.

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SERENA FIANDRO. Quale messaggio vorresti comunicare ai tuoi lettori, giovani e meno giovani?

MARCO BERTOLI. A rischio di apparire retorico, sono più che mai convinto che gli affetti come l’amicizia sincera e la volontà di realizzare le aspirazioni che tutti abbiamo nel cuore, senza prevaricare chi ci sta intorno e nel rispetto reciproco, siano buoni motivi per cui vale la pena di affrontare le prove spesso dolorose della vita.

SERENA FIANDRO. Per concludere, ringraziando Marco Bertoli per la sua disponibilità, ti faccio la domanda di rito: hai dei progetti futuri che vorresti portare a pubblicazione? Puoi anticiparci qualcosa?

MARCO BERTOLI. Sto elaborando numerosi racconti di vario genere per sperimentare tipi diversi di scrittura che meglio si adattino a ognuno di essi. Inoltre sono impegnato nella revisione di una terna di romanzi che ho scritto negli ultimi due anni. Si tratta di un giallo storico con sfumature fantasy ambientato a Pisa in un 1600 ucronico; di un giallo storico puro che si svolge a Sparta nel 1208 a.C. e di un romanzo storico con risvolti thriller con al centro la figura di Dedalo.

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SERENA FIANDRO. Grazie per essere stato qui con noi e per avere risposto alle mie domande. Auguro a tutti i lettori di godersi questo romanzo che può essere acquistato in tutti gli store online, ad esempio qui o qui, sul nostro sito o, dietro ordinazione, in tutte le librerie italiane. Ricordiamo inoltre che anche gli altri titoli dell’autore pubblicati dalla nostra associazione culturale sono sempre disponibili nello stesso modo. Buona lettura a tutti!

Incontro sulla cucina rinascimentale a Quattordio (AL)

Carissimi amici, siamo lieti di invitarvi il 22 marzo a una conferenza dedicata alla cucina del Rinascimento italiano a Quattordio, in provincia di Alessandria. L’appuntamento è previsto per le 21 presso la Sala dei Maestri del Municipio. Durante l’incontro ci sarà, come sempre, ampio spazio per domande e interventi del pubblico. Racconteremo le tradizioni alimentari, le ricette e curiosità tratte dalle numerose fonti del periodo.

Per approfondire, potete leggere il nostro libro dedicato all’argomento, facilmente reperibile in tutti gli store online, sul nostri sito e, dietro ordinazione, in qualsiasi libreria italiana. Qui trovate invece un articolo dedicato all’analisi di alcune ricette di cappone tra Medioevo e Rinascimento e qui invece un articolo che abbiamo scritto per Italia Medievale sui piatti più spettacolari dell’epoca, il pavone rivestito e il pastello volativo.

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LA CUCINA RINASCIMENTALE TRA RICETTE E CURIOSITÀ
Erede della grande tradizione medievale e protesa tra la volontà di imitazione del modello classico e abitudini radicate nel corso dei secoli, la cucina rinascimentale è caratterizzata dalla contraddizione tra banchetti sempre più complessi e finalizzati a stupire e l’esaltazione della moderazione portata avanti da medici e umanisti come ricerca di un gusto più semplice. Da un lato ritroviamo piatti raffinati, stravaganti, dall’altro la riscoperta di alimenti fondamentali nella cultura classica come le insalate e la frutta, imprescindibili tanto nell’alimentazione di tutti i giorni quanto nelle occasioni più importanti.
L’associazione culturale I Doni delle Muse propone un incontro per parlare di cucina e di cultura alimentare del periodo rinascimentale, con aneddoti e curiosità tratte dai ricettari e dalle fonti letterarie dell’epoca, per un viaggio affascinante tra i sapori del XV e del XVI secolo. Un appuntamento per appassionati, curiosi e buongustai di tutte le età.

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Cos’è il garum

Carissimi amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore conosciuto al nostro pubblico per i suoi fortunati saggi dedicati alla storia dell’enogastronomia, tra cui Roma antica in cucina, vi propone uno dei temi più controversi e fraintesi della cucina dell’antica Roma, il garum. Cos’è esattamente, come si usa e per quale scopo? Lo scoprirete leggendo questo interessante articolo, dedicato a tutti gli appassionati della storia antica e soprattutto della buona cucina.

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Uno degli ingredienti tipici della cucina dell’antica Roma di cui pressoché tutti hanno sentito parlare è il garum. Pur avendo raggiunto la sua massima fama a Roma in età imperiale, ha in realtà un’origine molto più antica e lo ritroviamo ampiamente diffuso in tutto il Mediterraneo e impiegato anche dai Greci e dai Fenici per la preparazione dei piatti.
Diversamente dall’opinione di molti, non si tratta di una salsa ottenuta con il pesce putrefatto. Al di là della straordinaria raffinatezza della cultura romana e della sua tradizione gastronomica, pensare che gli antichi potessero consumare regolarmente un prodotto a base di pesce marcio è un ovvio controsenso e non soltanto per ragioni organolettiche: l’intossicazione alimentare derivata dal consumo di prodotti ittici avariati ha gravi conseguenze sulla salute, provocando anche la morte in caso di un’assistenza medica non adeguata, rendendo chiaramente impossibile anche solo pensare che la stragrande maggioranza della popolazione mediterranea antica potesse consumare ogni giorno un alimento tossico.
Cos’è allora il garum? Innanzi tutto, facciamo una distinzione terminologica. In senso proprio, il garum costituisce il prodotto finale della fermentazione di alcuni tipi di pesce, spesso pesce azzurro, talvolta con l’impiego di erbe e spezie. Con il passare del tempo, il termine garum è stato impiegato per designare il cosiddetto liquamen, ovvero la salsa liquida ottenuta alla fine del processo di fermentazione, distinto dall’allec che invece ne costituisce la componente solida.
Il liquamen, se preparato in modo adeguato, ha un odore che non ha nulla a che vedere con il pesce e ricorda piuttosto un certo tipo di formaggi stagionati. Il sapore invece, difficile da definire, ha delle caratteristiche organolettiche che ricordano altri prodotti fermentati ricchi di glutammato di sodio, come il miso o la salsa di soia così tanto usati nella cucina orientale oppure il murri, condimento dalle origini antiche impiegato fino ad alcuni secoli fa nella cucina araba. La funzione che ricopre il garum è precisamente di questa natura: si tratta di una salsa che va a esaltare la sapidità di qualsiasi cibo e si abbina alla perfezione con tutti i tipi di piatti, che siano di carne, pesce, cereali, legumi o verdure, sia crude che cotte. L’allec, meno frequente nelle ricette dell’antica Roma, invece ha un sapore più marcatamente di pesce e si tratta pertanto di una tipologia di prodotto differente e impossibile da confondere con il liquamen.
Esaminando le testimonianze delle fonti antiche, risulta del tutto evidente come l’opinione corrente riguardo alla possibilità di sostituire nella cucina antica il garum con la colatura di alici, sottoprodotto della conservazione delle alici che si presenta molto salato e con un marcato sapore di pesce, o ancora peggio preparare una sorta di salsa a partire dalla pasta di acciughe, non derivi che da una mancanza di comprensione della funzione e della preparazione del garum. In particolare per quanto riguarda l’antica Roma, l’attitudine del cuoco risulta sempre quella della cura nei confronti del bilanciamento dei sapori e soprattutto l’attenzione alla moderazione. Un sapore sbilanciato come quello della colatura di alici, diversamente da quello del garum, non può unirsi in modo armonico a quello della frutta secca, della sapa o del miele per la preparazione delle pietanze, essendo il risultato finale del tutto immangiabile. Soltanto il fraintendimento riguardo alla natura del garum e all’alimentazione di uno dei popoli più raffinati della storia può portare alla supposizione che la cucina degli antichi Romani sia improponibile per il gusto attuale: la corretta riproposizione delle ricette e l’impiego degli ingredienti giusti invece ci mostra una cucina mediterranea ben bilanciata e sapori straordinariamente attuali che possono costituire una valida ispirazione anche per l’alta cucina odierna.

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Come recuperare il garum e come impiegarlo in cucina? Grazie alla recente riscoperta dell’enogastronomia antica, sono sempre più numerosi i produttori che si mettono alla prova sperimentando prodotti di altri tempi e il garum non fa eccezione. Il nostro invito risulta tuttavia quello di prestare attenzione al prodotto che viene offerto in base alle indicazioni che avete potuto trovare in questo articolo: molti vendono come garum e a caro prezzo diverse varianti della colatura di alici che, come abbiamo visto, non sono adeguate per la preparazione dei piatti di età classica.
Una variante economica ma di buona qualità e prodotta secondo tecniche identiche a quelle impiegate nell’Antichità è la salsa di pesce come la ritroviamo nella cucina del sud est asiatico, facilmente reperibile nei negozi etnici e, più di recente, in molti supermercati. Vi invitiamo a prestare attenzione a non acquistare prodotti che contengano spezie, generalmente non filologiche per il nostro periodo di riferimento, e di controllare che la percentuale di sale non superi il 30%, per evitare che la salatura eccessiva copra il sapore della salsa costringendovi a usarne una quantità troppo modesta. La salsa di pesce deve essere impiegata in piccole quantità, secondo il principio del bilanciamento dei sapori.
Provate e scoprirete un mondo di gusto del tutto inesplorato che merita tutta la nostra attenzione e inizierete a comprendere come mai gli antichi Romani avessero sviluppato nei confronti del garum una sorta di dipendenza. Buona cucina e buon appetito a tutti! (MARCO GAVIO DE RUBEIS)

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Per approfondire le tematiche riguardanti la cucina dell’antica Roma e l’uso del garum, vi consigliamo la lettura del saggio Roma antica in cucina, nel quale troverete una vasta sezione introduttiva dedicata a ingredienti e tradizioni alimentari oltre a un centinaio di ricette selezionate tra le più interessanti di Apicio, Columella e Catone. Potete acquistare il libro presso il nostro shop, in tutti gli store online e, dietro ordinazione, in qualsiasi libreria italiana.

Il cappone stufato e ripieno. Due ricette italiane tra Medioevo e Rinascimento

Carissimi amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore di saggi di grande successo di storia della gastronomia, vi propone un articolo dedicato a una delle carni più amate nel periodo medievale e rinascimentale, tenendo in considerazione anche la vicinanza con il periodo natalizio: il cappone. Per riscoprire due antiche ricette particolarmente gustose e – perché no – sperimentare qualcosa di nuovo. Buon appetito a tutti!

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Pochi animali sono stati considerati in modo così entusiastico dai cuochi, dal popolo e dai medici quanto il cappone, la cui fortuna è stata sempre considerevole nel corso del tempo e si è conservata fino ai giorni nostri, in cui il cappone rimane una carne da consumarsi tradizionalmente durante le feste. Considerato da medici eminenti come Michele Savonarola particolarmente temperato e digeribile, il cappone è consigliato per qualsiasi tipo di complessione e stimato migliore rispetto al gallo o alla gallina. Nel Decameron e nelle Piacevoli Notti di Straparola, così come in molta novellistica dell’epoca, si ritrova come carne pregiata destinata a momenti particolari, come un convegno con un amante o, nel caso delle vicissitudini di Calandrino e dei suoi compari, rappresenta una delizia con cui riempirsi il ventre a spese dell’ingenuo amico, da beffare in ogni modo.
Il cappone viene preparato in vari modi: lesso, arrosto, stufato, in minestra, ripieno, in torta. A seguire vi presenteremo due ricette commentandole: uno stufato di cappone tratto dal manoscritto trecentesco dell’Anonimo Toscano e un’interessante e complessa preparazione di cappone ripieno tratta dall’opera di Bartolomeo Scappi, famoso cuoco privato dei papi Pio IV e Pio V vissuto nel Cinquecento. Come nostra consuetudine, non verrà proposta nessuna forma di modernizzazione delle ricette: riteniamo infatti che il modo migliore di conoscere la cucina storica sia attraverso un’analisi delle fonti che prescinda dai gusti personali e contemporanei che costituiscono un considerevole impoverimento rispetto alle possibilità che ci vengono offerte dalla tradizione gastronomica. Il nostro consiglio è di provare la ricetta originale, senza nessun timore di variarla in seguito: la cucina antica è tutto tranne che rigida nelle applicazioni pratiche e gli stessi autori dei testi consigliano al cuoco di adeguare la ricetta al gusto del proprio signore. In ogni caso, proporremo sostituzioni suggerite dagli stessi autori nel caso di ingredienti di difficile reperibilità.

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STUFATO DI CAPPONE CON DATTERI E UVA PASSA (Anonimo Toscano, XIV secolo)

Cappone, fegati di cappone, datteri, uva passa, prugne secche, mandorle pelate, pane, vino bianco, succo di limone o melagrana o agresto, lardo, spezie a piacere.
Questa ricetta, piuttosto semplice, introduce due elementi tipici della cucina medievale. Il primo è la doppia cottura (le carni vengono spesso prima arrostite o lessate e poi stufate oppure sbollentate e arrostite dopo essere state lardellate adeguatamente), il secondo è l’impiego del fegato come addensante, tecnica molto frequente nella preparazione delle salse o dei ripieni.
Per la preparazione, si inizia arrostendo il cappone con i fegati. Questi ultimi, una volta cotti, vanno pestati nel mortaio, strumento imprescindibile per tutta la cucina storica, insieme a pane abbrustolito e spezie a piacere. Per quelle che sono le consuetudini dell’epoca e dello stesso autore, consigliamo di impiegare nella combinazione preferita (e senza la necessità di impiegare tutte le spezie, a parte pepe e cannella) pepe (tondo o lungo, facilmente reperibile in negozi di spezie), cannella, noce moscata, chiodi di garofano, grani del paradiso (una spezia tipica della cucina medievale, anche questa reperibile in negozi specializzati) e zenzero. Stemperare nel mortaio con vino bianco e agresto, un fermentato di uva acerba dall’acidità intermedia tra aceto e vino tipico della cucina medievale e rinascimentale. Lo stesso autore consiglia di sostituirlo eventualmente con succo di limone o di melagrana.
A seguire, disossare il cappone e mettere tutti gli ingredienti in pentola unendo datteri, uva passa, prugne secche, mandorle pelate intere e lardo, altro ingrediente imprescindibile per questo periodo storico. L’autore aggiunge che si possono mettere anche mele e pere nella preparazione.
Come vedete, in questa ricetta come in pressoché sempre nel Medioevo, sono assenti le dosi. Da un lato perché l’autore si rivolge a cuochi già esperti, dall’altro perché, come abbiamo già detto in precedenza, la resa finale della ricetta dipende soprattutto dai gusti individuali del signore che si sta servendo. In ogni caso, per una persona abituata a cucinare si tratta di una preparazione davvero semplice da realizzare e ve la consigliamo per avvicinarvi alla cucina medievale con una ricetta di sicuro successo per i vostri commensali.

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CAPPONE RIPIENO (Bartolomeo Scappi, XVI secolo)
Ripieno: formaggio grasso, formaggio stagionato, midollo di bue o burro, brodo di carne, pane, noci, uva passa, pepe, cannella, zafferano.
Per preparare il ripieno, per ogni libbra (per l’epoca, una libbra corrisponde indicativamente a 350 grammi) di formaggio grattugiato utilizzare tre once (un’oncia corrisponde a circa 29 grammi) di formaggio grasso non troppo salato, tre once di noci pestate nel mortaio, due once di mollica di pane imbevuta in brodo di carne e pestata a sua volta nel mortaio, tre once di midollo di bue o burro fresco, tre once di uva passa, mezza oncia tra pepe e cannella, zafferano e otto uova. Mescolare bene per formare un impasto che non risulti né troppo duro né troppo morbido.
Diversamente dal ricettario medievale impiegato per la preparazione precedente, qui ritroviamo le unità di misura. L’epoca è cambiata e il cuoco non desidera soltanto inserirsi nel solco di una tradizione precedente, ma anche affermare il proprio ruolo e la propria individualità nella proposta gastronomica, aspetto che si rivela in modo esplicito anche nella consuetudine, a partire dal Quattrocento, di utilizzare il proprio nome per firmare il ricettario.

Cappone ripieno: cappone, ripieno, prosciutto, vino bianco, agresto, prugne, visciole secche, uva passa, uva passa di zibibbo, cannella, zenzero, zafferano.
Riempire il cappone con il ripieno e metterlo in una pentola con una libbra di prosciutto affettato, mezza oncia di cannella intera, un quarto di oncia di zenzero, mezza noce moscata, zafferano, una foglietta (0,45 litri) di vino bianco, un bicchiere di agresto chiaro (che l’autore sostituisce spesso con succo d’arancia), quattro once tra prugne e visciole secche, quattro once tra uva passa e uva passa di zibibbo. Per maggiore semplicità, potete tranquillamente utilizzare soltanto prugne e uva passa senza che il risultato finale sia compromesso.
Per la cottura, aggiungere acqua e cuocere coperto per un’ora e mezza (MARCO GAVIO DE RUBEIS).

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Per approfondire e trovare altre ricette, vi consigliamo la lettura dei saggi di Marco Gavio de Rubeis, Rinascimento in cucina e Medioevo in cucina, entrambi corredati di un saggio introduttivo dedicato agli ingredienti, alle preparazioni e alle tradizioni alimentari che accompagna un centinaio di ricette tratte dalle fonti dell’epoca

Perché preparare l’idromele in casa

Cari amici, oggi Marco Gavio de Rubeis, autore conosciuto al nostro pubblico per i suoi libri dedicati alla storia dell’enogastronomia, approfondisce per voi alcuni temi che ci stanno particolarmente cari, primo tra tutti per quali ragioni ricostruire in casa una bevanda di cui restano poco conosciute la tradizione millenaria e le numerose ricette tramandate nel corso dei secoli. Stiamo parlando dell’idromele, la bevanda degli dei. di cui l’autore ha diffusamente parlato nella monografia Idromele. Miti, storia e preparazioni della bevanda degli dei. Scopriremo che le ragioni sono diverse e tutte molto valide, se si desidera provare qualcosa di autenticamente antico. Buona lettura!

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Malgrado il recente interesse nei confronti della cultura medievale e del mondo celtico, con conseguente riscoperta della preparazione dell’idromele e della cucina antica, la cosiddetta bevanda degli dei continua a essere per molti versi un territorio inesplorato. Considerato, in modo piuttosto riduttivo, il semplice risultato della fermentazione di miele diluito in acqua, l’idromele ci viene proposto in modo via via sempre identico, con poche e non sostanziali variazioni: una bevanda dolce, ferma, con una gradazione alcolica da vino, venduta a un prezzo piuttosto elevato per quella che spesso è la qualità del prodotto. Questa ricetta unica di idromele, naturalmente, non piace a tutti e non rende merito all’immensa fama di cui ha goduto in passato, in particolare nella civiltà classica e presso le culture nordiche.
Scopriamo qui una prima ragione per iniziare a ricostruire in casa l’idromele: la possibilità di variare la ricetta e trovare un idromele più adatto al gusto di ognuno gusti. Il nostro suggerimento è quello di provare le varie tipologie di idromele del passato, molto diverse tra di loro, scoprendo come ognuna di esse si abbini a differenti pietanze in modo davvero sorprendente a seconda della preparazione. Scopriamo che l’idromele di area celtica è in genere frizzante e speziato, troviamo il luppolo nell’idromele germanico, scopriamo l’esistenza da testi alto medievali del cosiddetto hydromelle, un idromele preparato con aggiunta di mele, e numerosissime altre possibilità, tra cui il braggot, bevanda a base di malto e miele fermentati molto comune in area celtica.
Sfatiamo ora un mito. Le spezie e le erbe aromatiche, diversamente da quello che si sente dire troppo di frequente, non hanno la finalità né di facilitare la fermentazione (ne occorrerebbe una quantità talmente elevata da deformare del tutto il sapore della bevanda) né di coprire il sapore di un idromele venuto male (non ha senso, visto che fino a non molto tempo fa le spezie avevano un prezzo elevato, il miele era invece particolarmente economico). Spezie ed erbe vengono impiegate, come in tutta la cucina antica, con l’unica finalità della varietà e del gusto. Scoprirete infatti come il loro utilizzo ragionato possa rendere i sapori più complessi ed equilibrati.
Una seconda ragione per preparare l’idromele in casa è il controllo della qualità del prodotto: la totale eliminazione di prodotti chimici (malgrado una certa opinione dominante, l’idromele non necessita di additivi di alcun tipo, come dimostrano migliaia di anni di storia) e la possibilità di impiego di mieli particolari a seconda del gusto, tutti elementi che possono considerevolmente migliorare il risultato finale.

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Una terza ragione è l’interesse storico, quanto meno per coloro che sono appassionati di una ricostruzione storica che voglia partire da dati effettivi e non da mere speculazioni. Se vogliamo davvero conoscere come si beveva nel mondo norreno o in quello celtico, o ricostruire una ricetta medievale, non possiamo bere gli idromeli attualmente in commercio e, ora come ora, la via più semplice è la sperimentazione domestica.
L’ultima ragione, di un certo peso, è di natura economica. L’idromele in commercio è in genere costosissimo, il miele lo è molto di meno e producendo l’idromele in casa lo potrete bere più di frequente e meglio che non acquistandolo. Certi idromeli, in particolare quelli luppolati a bassa gradazione alcolica, possono anche rappresentare degli ottimi sostituti della birra, senza contare che, essendo preparati con una quantità ridotta di miele, risultano anche piuttosto economici.

Un argomento infine ci preme portare alla vostra attenzione e alla vostra riflessione. Non si ricostruisce una ricetta storica soltanto per interesse documentario, ma soprattutto per sperimentare modi alternativi di approcciarsi al cibo, vie così antiche da risultare innovative. Non è soltanto l’amore per il passato, ma soprattutto il recupero di una tradizione, dimenticata per ragioni del tutto indipendenti dall’interesse gastronomico che essa può presentare. Una tradizione la cui perdita costituisce un grave danno culturale che in questo caso si manifesta attraverso l’impoverimento del gusto e della capacità di godere appieno delle possibilità che ci vengono dai cibi e dalle bevande.
Per questa ragione vi invitiamo a provare le ricette storiche dell’idromele, senza accontentarvi delle proposte facili e un po’ banali che vi vengono abitualmente fatte. Sperimentate, scoprite, divertitevi nell’esplorazione di strade differenti per bere meglio e vivere con gusto. (MARCO GAVIO DE RUBEIS)

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Per approfondire la storia e le ricette antiche dell’idromele, selezionate da testi a partire dall’età romana fino ad arrivare all’Ottocento, vi consigliamo la lettura della nostra monografia Idromele. Miti, storia e preparazioni della bevanda degli dei. Lo trovate in tutti gli store online, nel nostro shop e, dietro ordinazione, in ogni libreria italiana.

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Le ultime novità tra cucina rinascimentale e mitologia irlandese

Cari amici, siamo lietissimi di annunciarvi la prossima uscita di due nuovi libri che ci hanno richiesto un lungo lavoro di studio e scrittura. Il primo è Miti d’Irlanda, un libro divulgativo dedicato al meraviglioso  ciclo mitologico irlandese, a cura di Serena Fiandro e illustrato da Martina Sesti, testo che va a completare la collana dedicata ai classici della mitologia di cui potete trovare qui i titoli disponibili, tra i quali ricordiamo Edda. Miti del Nord, Beowulf. Storie di mostri, draghi e guerrieri e Gilgamesh. Storia di un eroe sumero. All’interno di Miti d’Irlanda sono contenuti diversi testi redatti in età medievale, tra cui la narrazione della prima e la seconda battaglia di Mag Tured, la storia del sogno di Oengus, la tragica fine dei figli di Turenn, oltre alle metamorfosi di Tuan e alle vicende delle invasioni dell’Irlanda. Si tratta di un libro adatto per tutte le età.

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Il secondo libro che vi proponiamo, Rinascimento in cucina, fa invece parte della nostra collana dedicata alla storia dell’enogastronomia iniziata nel 2015 con Medioevo in cucina, progetto che ha riscontrato un incredibile entusiasmo da parte del nostro pubblico. Si tratta di un saggio di Marco Gavio de Rubeis tutto dedicato al Quattrocento e al Cinquecento di area italiana, con un centinaio di ricette dell’epoca e un vasto saggio introduttivo dedicato agli usi e soprattutto agli ingredienti, che a partire dal Quattrocento iniziano ad avere una trattatistica dedicata da parte di medici, naturalisti e gastronomi. Un viaggio nel gusto per riscoprire sapori eccezionali da troppo tempo dimenticati.

Entrambi i libri sono acquistabili tramite il nostro shop. A partire dal 9 novembre potrete ordinarli in libreria o trovarli in vendita in tutti gli store online. Vi ricordiamo inoltre che il 5 e il 6 novembre potrete trovarci presso la Rassegna della Microeditoria di Chiari, dove troverete anche queste novità. Vi aspettiamo!